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Come sempre “un’ottima annata” nonostante siccità e gran caldo

di NICOLA SALVAGNIN

Vendemmia 2022, il vero problema per le cantine è l’esplosione dei costi

Parole chiave: Vendemmia (2), Vino (6)
Come sempre “un’ottima annata” nonostante siccità e gran caldo

di NICOLA SALVAGNIN

Ecco: in tutta Italia gli episodi di marciume tra i filari di viti, provocati da un eccesso di precipitazioni, si conteranno tra le dita di una mano. Almeno questa, in un’annata tra le più secche che ci si ricordi! Solo le piogge della seconda metà di agosto hanno un po’ alleviato la sete delle campagne del Centro-nord Italia. Ma i primi sette mesi del 2022 sono stati una tragedia, quanto a precipitazioni. Quindi, le viti che hanno sistemi di irrigazione di qualsivoglia tipo, hanno sofferto meno di quelle senza un goccio d’acqua per mesi (specie in collina), con temperature veramente elevate da giugno fino a Ferragosto.
Non è un caso che s’impiantino viti ad altitudini fino a poco tempo fa impensabili. In generale, comunque, quest’autunno arriveranno in cantina uve sane, naturalmente selezionate già in vigna (meglio per chi raccoglie per farle appassire), che troveranno il loro senso appunto nel lavoro in cantina: è qui che l’uva si trasforma in un buon vino, è qui che qualsiasi uva va a ramengo se non si sa trasformarla in buon vino. Quel che dicono e proclamano ora consorzi di tutela e produttori, vale quel che vale: a parte nel 2014 (che piovve talmente tanto da rovinare l’annata a quasi tutti), non ricordiamo qualcuno che abbia mai dichiarato urbi et orbi: “Annata da dimenticare, vedrete che schifo di vino produrremo!”. Lo si fa per le mele o i broccoli, in vista di risarcimenti pubblici…
Quindi questa vendemmia 2022 – cominciata all’alba di agosto, tanto la maturazione delle uve era anticipata – sarà come sempre “un’ottima annata”, più o meno. Qualche calo produttivo, qualche produzione che comunque non sarà granché vista la situazione climatica particolare; qualche eccellenza che invece emergerà e in ogni caso ricordiamoci che l’Italia è un Paese lungo 1.500 km. Quindi in Piemonte erano ormai ridotti alla danza della pioggia, finite tutte le lacrime; mentre in Sicilia non ci sono stati sostanziali problemi di carenza idrica. I problemi sono altri, molto più grossi. Anzitutto di costi. Il vetro delle bottiglie è schizzato all’insù come ogni prodotto che abbisogna dell’uso di tanto gas metano o elettricità per diventare tale. Ma i rincari hanno riguardato più o meno tutto e tutti: i fertilizzanti, le etichette, i carburanti, soprattutto la logistica. Né sta aiutando la difficoltà a trovare manodopera per la raccolta: pochi stranieri e reddito di cittadinanza certo non aiutano. A tenere i prezzi invariati, si rischia di sacrificare il margine di guadagno; ad aumentarli, però, di andare fuori mercato…

Eppoi là fuori c’è un mondo che sta vivendo una congiunzione astrale negativa: fenomeni climatici estremi; una guerra limitata territorialmente ma con fortissime ripercussioni nel mondo (economico in primis); una Cina in difficoltà anzitutto logistica; un’inflazione che colpisce le materie prime e che sta facendo esplodere l’inflazione generale. E il caro-vita generalizzato – verso il 9% in Italia, oltre il 13 in Gran Bretagna – stritola una bella fetta di consumatori occidentali. Difficile dunque vendere vino come nel 2021 (oltre 7 miliardi di euro di vini esportati), se i britannici rallenteranno con il Prosecco e i tedeschi con l’Amarone.
Per carità, esiste un Far East da esplorare: sostanzialmente Cina, Giappone, India ed Estremo Oriente sono fette di mondo popolatissime che consumano poco vino. E l’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro ci permetterà di essere estremamente competitivi nel mercato americano. In vigna (e non solo) nel frattempo sta facendo passi da gigante il concetto di maggior rispetto della natura: le conversioni alle pratiche biologiche sono continue, si cerca di lasciare un’impronta più ecologica in ogni momento del ciclo produttivo, si incrementa qualsivoglia iniziativa che accresca l’auto-produzione energetica, non fosse altro che per meri motivi economici.
Nel Veronese abbiamo un Pinot grigio che non è per nulla autoctono ma che va a gonfie vele ogni anno di più; un Lugana che ha più paura dell’alta velocità ferroviaria che della sfida dei mercati; un Soave alla ricerca di un’identità più marcata e riconoscibile dopo un periodo di piccolo appannamento; un Custoza che invece per troppi anni è stato appannato e che ha potenzialità di crescita non del tutto esplorate. Infine il fenomeno-Durello, la “nostra” bollicina che cresce di anno in anno non solo nei numeri di bottiglie prodotte, ma anche in qualità e considerazione. Tra i rossi, il mesto Bardolino guarda dal basso il fenomeno Valpolicella, anche se l’Amarone sembra aver raggiunto un po’ i suoi limiti naturali.
Mentre il fenomeno commerciale del futuro prossimo sono i rosati: misconosciuti finora, in gran spolvero ultimamente come vini piacevolissimi e molto versatili. E il rosato è il tipico prodotto di cantina. Stiamo parlando di vini, non di viti. I veronesi sanno come vinificare da millenni, abbiamo cantine di prim’ordine e capacità manageriali e lavorative altrettanto adeguate. Magari il tutto appare un po’ sparpagliato, frammentato, senza una qualche forma di reale coordinamento. Insomma il vino come il resto dell’economia veronese: ognuno per sé stesso, ma con grandi capacità. 

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