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Abbiamo nascosto la morte dall’orizzonte della vita

Ascoltando diverse persone credenti in questi tempi, sento la necessità di dire qualcosa che può sembrare politicamente scorretto.
In questo tempo di pandemia ogni giorno siamo costretti a fare i conti con nonni che muoioano e non si possono salutare.

Parole chiave: Preghiera (30), Coronavirus (96)
Abbiamo nascosto la morte dall’orizzonte della vita

Ascoltando diverse persone credenti in questi tempi, sento la necessità di dire qualcosa che può sembrare politicamente scorretto.
In questo tempo di pandemia ogni giorno siamo costretti a fare i conti con nonni che muoioano e non si possono salutare. È drammatico, doloroso e assurdo. Non che gli anziani muoiano. Questo dovrebbe essere normale. Ma come avviene. Arriva una telefonata che comunica la dipartita. Viene assegnata la data del funerale da celebrarsi diversi giorni dopo. Si piange da soli. Ci si arrabbia perché – certo – “di qualcuno deve essere la colpa!”. Talora inizia un profondo senso di rabbia misto a rassegnazione, che inizia a covare dentro e che rischia di far allontanare ancora di più da Dio, se di lui è rimasto un ricordo.
Se è dura per chi a casa riceve la notizia, certo non è semplice per chi la deve dare. Non se la passano bene nemmeno infermieri, medici, operatori sanitari con reparti d’ospedale pieni e case di riposo blindate; con gente che muore continuamente. Dura per chi ha giurato di salvare dalla malattia e dalla morte. Ancora di più per chi conta solo sul potere della scienza e della medicina.
La stessa cosa succede per chi lavora nelle onoranze funebri. Un funerale, due; ma quando diventano più e più funerali, tutti i giorni mandati da Dio, la cosa si fa decisamente dura. Sei preparato, è il tuo mestiere. Ma quando sono troppi, la ragione non riesce più ad elaborare la fatica.
Tutti ci sentiamo coinvolti. E tutti proviamo momenti di angoscia. Non saremmo umani altrimenti. Non c’è dialogo, colloquio o chiacchiera che non vada a finire lì. Insomma, come dicevano i medioevali, la morte incombe.
Il problema è che nessuno è preparato alla fine della vita. Per troppo tempo abbiamo cercato di esorcizzare e nascondere la morte, di passarci sopra velocemente quando capita, di tornare alla normalità il più presto possibile convincendoci che non succederà più. In fondo, a pensare che capiterà agli altri e che è meglio non pensarci. Non siamo più nemmeno capaci di chiamarla con il suo nome: è mancato... ci ha lasciato… è andato oltre... ci ha salutato... si è addormentato... È chiaro che solo a nominarla ci fa paura.  
Quando ero bambino facevo il chierichetto e, prima della Messa feriale, il parroco mi faceva stendere al centro della chiesa un drappo nero con una croce argento ricamata al centro. Poi metteva quattro pesanti candelieri neri e iniziava a cantare l’ufficio dei defunti.
Ho sempre pensato che fosse una pantomima macabra e medioevale. Perché fare memoria del funerale? Si ricordano solo le cose belle e non quelle brutte. Eppure le cose brutte non scompaiono perché non le ricordi. Prima o poi spuntano fuori.
Non sono certo un nostalgico dei catafalchi; tuttavia penso che dietro a quei segni liturgici antichi c’era una saggezza: fare in modo che il popolo di Dio non dimenticasse che prima o poi il Signore chiama.
Mia mamma ripete sempre che «più de veci no se diventa». E quando lo dice, sembra una frase d’altri tempi, quasi un mantra scaduto. O forse, più probabilmente, un modo per prendere coscienza della sua età avanzata. Eppure ha ragione: se siamo fortunati diventiamo vecchi, altrimenti moriamo prima.
Di fronte a questa triste prospettiva, chi crede dovrebbe fare memoria della sua fede. Il cristiano sa che la morte è solo un passaggio alla vita vera. Perché in Cristo coloro che sono morti risorgeranno. Per chi crede, tutta la vita è una attesa della festa di nozze definitiva con il Signore, una festa dove lo sposo ci accoglierà e ci donerà la pace che non tramonta. Ecco perché, anche se con metodi obsoleti, il mio parroco ricordava a tutti la fine, perché non dimenticassero il fine della vita: l’uomo è fatto per il Cielo.
Purtroppo in questo tempo molti lo hanno dimenticato. La fede non è più una priorità nella vita. E le conseguenze le stiamo vedendo. La mancanza di prospettiva dell’eternità ci costringe dentro un tempo presente che ci macina nella paura.
La strada per uscire è quella di aggrapparsi a Cristo. E chi Cristo non ce l’ha, di aggrapparsi a qualcuno che ce l’ha. I cristiani oggi sono posti nella prima linea della testimonianza dell’amore che tracci nel cuore di chi non crede un segno profondo. Chi non ha la prospettiva del Cielo, non la trova perché qualcuno gliela spiega, ma perché una vita gliela mostra con amore. Perché qualcuno gli si fa prossimo e gli fascia le ferite.
Ma curare le ferite altrui chiede prima di tutto di lasciarsi curare le proprie. Chi è chiamato alla testimonianza dell’Amore, non può fare a meno di chiedere l’aiuto e la forza del Signore.
In un tempo come questo il coraggio dell’amore di fronte alla morte viene solo da Dio, dalla forza del suo Spirito. Ecco perché prima di tutto oggi è chiesto al credente di pregare, pregare, pregare per non sentirsi abbandonato nella tentazione, per non perdere la speranza. Perché la preghiera è il respiro dell’anima, è l’ossigeno della fede, è la vita di Dio che ci raggiunge e ci riempie. È così semplice che non sembra vero. Eppure chi lo sperimenta, sa quello che dico.
Siamo in guerra. E il cristiano non può pensare di curare le ferite a mani nude, con le sue sole forze. Occorrono i doni di Dio. E i doni vengono dallo Spirito Santo, invocato e pregato. Dalla sua Parola che illumina la via. La fede cresce piano piano, giorno dopo giorno, sapendo cogliere, alla luce della Parola, ciò che viene da Dio e ciò che viene dal nemico. E nel discernimento continuo riconosco i doni di Dio e ho la sua forza.
Non importa quale sia la preghiera da vivere. Talora basta quella dei bambini. Perché ogni preghiera dona la forza dello Spirito Santo che ci rende una cosa sola in Cristo e così con Lui, àncora di salvezza alla quale avvinghiarsi per non essere travolti dalla corrente.
Il mondo ha bisogno della luce di Cristo. Ha bisogno di credenti in Lui che portino la sua luce. Ognuno di noi è un piccolo lume. E senza il mio piccolo lume unito ad altri piccoli lumi, il mondo rischia di essere immerso totalmente nelle tenebre.
Non si tratta di fare cose grandi, ma di tener accesa la luce della fede con la preghiera e di non perdere l’occasione di parlare del Cielo. Se chi è credente, nel momento in cui gli viene chiesto uno sguardo o una parola di luce, avesse la forza di Dio di donarla, il mondo non sarebbe perduto. Il futuro dell’umanità e della Chiesa dipende dai credenti che sanno donare la luce di Cristo.
Non si tratta di essere pronti, degni, puri, istruiti o santi. Si tratta di fede, della certezza che “tutto posso in Colui che mi dà la forza” e la morte con il suo bagaglio di tenebra e di paura, non vincerà.
C’è un’alleata che non mancherà di aiutarci: è la Madre del Signore. Conosce le nostre pene. Lei ci ha sempre protetti. Ci protegge ancora.

Vicario episcopale per la pastorale

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