Commento al Vangelo
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Annunciare ciò che si vive e vivere ciò che si annuncia

Matteo 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Parole chiave: XXXI Domenica (2), Vangelo (97), Liturgia (3), Don Adelino Campedelli (15)

Anche se siamo ancora nel contesto delle contese che segnano la parte finale della vita di Gesù, tuttavia nel vangelo di oggi non compaiono i soliti protagonisti che abbiamo incontrato nelle scorse domeniche: i capi dei sacerdoti, gli anziani del popolo, i farisei, gli erodiani, ma Gesù si rivolge alla folla e ai suoi discepoli per ritornare poi, in un secondo tempo, a rivolgersi direttamente ai farisei. L’intervento di Gesù nel vangelo di oggi può essere diviso in due parti: quella rivolta alla folla ed ai discepoli (è il vangelo di questa domenica) e quella rivolta direttamente ai farisei; e il discorso diretto alla folla ed ai discepoli riguarda da vicino la vita della comunità cristiana, perché tratta di aspetti che si devono evitare o di comportamenti che devono caratterizzarne lo stile di vita. Il punto di partenza è la critica all’ipocrisia come atteggiamento che squalifica il ruolo, pure riconosciuto da Gesù legittimo, dei farisei come riferimento essenziale per conoscere e seguire la strada che porta a Dio. Il loro il ruolo non è contestato– “sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei” (è una costatazione tutto sommato positiva) – essi sono guide autorevoli del popolo ebraico, essi sono l’autorità riconosciuta ed il loro insegnamento riguardo alla Legge non va disprezzato, per cui il loro ruolo in questo caso non è sminuito o denigrato. Ciò che crea grave problema è il loro atteggiamento vitale: predicano bene, ma si comportano male, pertanto Gesù non ritiene i farisei degli impostori o dei maestri falsi, perché le cose che insegnano vanno osservate, ma è il loro modo di vivere che scredita la loro testimonianza, pure legittima. Non vivono ciò che annunciano e pretendono dagli altri ciò che nemmeno loro riescono a vivere completamente. La loro ipocrisia consiste nell’eccesivo rigore nel pretendere di osservare minuziosamente i precetti della Legge, facendone un assoluto e un vanto senza lasciarsi convertire il cuore dall’amore di Dio per cui un’osservanza esteriore e formalistica delle norme si sostituisce al fine per cui sono stato dati questi precetti, che è l’amore di Dio, vivono nella presunzione di salvarsi con l’osservanza rigorosa della Legge, senza fare riferimento alla grazia di Dio mediante la quale simo fatti creature nuove e per la quale possiamo fare il bene. Nella parabola del fariseo e del pubblicano che pregano al tempio possiamo veder come il comportamento ipocrita porta addirittura a sostituire il proprio giudizio verso il prossimo al giudizio di Dio. Al grave limite dell’ipocrisia Gesù aggiunge un altro limite all’efficacia della testimonianza dei farisei: la vanità e la superbia – quella che papa Francesco chiama il pavoneggiarsi – che si traduce nel ricercare l’ammirazione della gente, nello sfoggio di particolari ornamenti nelle vesti (frange e filatteri), il pretendere posti d’onori nella società: nei banchetti e nei saluti servili; possiamo concludere che questi comportamenti - l’ipocrisia e la vanità, - recano grave pregiudizio alla validità stesso dell’insegnamento, pure giusto, che pretendono di impartire agli altri. Dopo le raccomandazioni fatte alla folla ed ai discepoli di non imitare i farisei nella contradditorietà del loro comportamento, Gesù aggiunge una parte del suo monito che potremmo chiamare di insegnamento costruttivo. Sottolineiamo l’invito a non farsi chiamare “rabbi” cioè maestri, riconoscendo così la dimensione relativa, di creatura, della propria persona e a riconoscere che uno solo è il maestro e noi siamo tutti fratelli, ponendo Dio al centro della nostra vita e di quella degli altri, riconoscendo che il perno fondamentale dell’esistenza è solo lui. Come sempre, dato che il vangelo è scritto per le comunità cristiane, possiamo ora domandarci: “quale messaggio di Gesù voleva trasmettere Matteo nello scrivere gli insegnamenti che oggi abbiamo letto nell’assemblea eucaristica?” È evidente il riferimento non solo ai farisei, quali avversari storici di Gesù, ma anche a qualsiasi autorità che nella Chiesa ha il compito di trasmetter la Parola di Dio: vale per tutti l’invito pressante a conformare la propria vita al messaggio che annunciano, per evitare il pericolo di sminuirne la credibilità con uno stile di vita che contraddice il Vangelo. E dato che l’intera Chiesa è realtà che annuncia il Vangelo sia nei pastori che nel gregge unito a loro, possiamo dire che ogni cristiano è chiamato a confermare con la vita la Parola che annuncia e in particolare nella nostra Italia, dove la parrocchia ha ancora un peso rilevante nel portare avanti la pastorale a contatto con il popolo, è proprio nell’ambito parrocchiale che siamo chiamati a testimoniare questa unione profonda tra Parola e vita, tra fede e pratica cristiana.

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