Ex Cathedra
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Enea fugge dalla città in fiamme: una vicenda di bruciante attualità

Infandum regina iubes renovare dolorem” (Virgilio, Eneide, II,3, Einaudi, 1991) (“Regina, mi comandi di rinnovare un dolore che le parole non riescono ad esprimere”, traduzione mia): comincia così il celeberrimo secondo libro dell’Eneide di Virgilio, quando Enea, arrivato sulle coste dell’Africa, dopo una violenta tempesta, è accolto con i suoi dalla regina Didone, in nome della legge dell’ospitalità, sacra nel mondo antico, secondo cui lo straniero è prezioso dono degli dei...

Parole chiave: Enea (1), Ex Cathedra (16), Lino Cattabianchi (8)

Infandum regina iubes renovare dolorem” (Virgilio, Eneide, II,3, Einaudi, 1991) (“Regina, mi comandi di rinnovare un dolore che le parole non riescono ad esprimere”, traduzione mia): comincia così il celeberrimo secondo libro dell’Eneide di Virgilio, quando Enea, arrivato sulle coste dell’Africa, dopo una violenta tempesta, è accolto con i suoi dalla regina Didone, in nome della legge dell’ospitalità, sacra nel mondo antico, secondo cui lo straniero è prezioso dono degli dei. E il padre Enea, quasi per sdebitarsi, ad un cenno di Didone, comincia una lunga digressione narrativa che lo riporta sui dolorosi passi della caduta di Ilio, la città superba, rovinosamente caduta per volere degli dei. Un passo di grande impatto psicologico e narrativo, che nella residua persistenza scolastica dell’epica ha sempre generato attenzione, partecipazione e stupore. Ma in Enea, dopo il lungo racconto che ripercorre, passo dopo passo, prima la resistenza dei Troiani presi d’assalto dai guerrieri greci agli ordini di Ulisse e Diomede, e poi la decisione di lasciare che la città bruci per cercare un altro luogo e un altro destino, il dolore sembra aprirsi ad una speranza, sia pur lontana, di un avvenire migliore. E l’icona di questo sguardo proteso al futuro è nell’immagine plastica dell’eroe che cammina portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e per mano il figlioletto Ascanio che poi i Latini chiameranno Iulo. Un simbolo potente nella compresenza di tre dimensioni fondamentali senza le quali la storia non può procedere. Il presente, Enea, che cammina carico di un dolore “infandum”, indicibile, ma che pure non può rinunciare al peso della memoria e del passato, Anchise, ed è seguito da chi in quel futuro che ora sembra lontano, Ascanio, è destinato a vivere e a continuarne la discendenza. Un inizio per niente promettente della “fase due”, per Enea e gli esuli da Troia, che sarà costellata da incontri e scontri con realtà sconosciute che, per esclusione, condurranno i reduci ai lidi laziali per un’agognata ripartenza. Sembra strano, ma rivolgersi ai classici in questi tempi può comportare la ripresa di temi e motivi apparentemente lontani da noi, mentre ci colpiscono con la loro bruciante attualità. Un’intera generazione di vegliardi ha dovuto fare i conti, nei mesi del Covid-19, con una fine “indicibile”, nei reparti di rianimazione, con uno strascico di dolore e pena che affiorano nella quotidiana Spoon River dei racconti di figli e amici. Gente che ha costruito paesi e città, volti spesso anonimi che hanno operato per il bene degli altri nelle più svariate direzioni. E non mancano delicate storie d’amore lunghe una vita intera, che si sono concluse nel silenzio attonito e sgomento di una morte clinica. Già: la “fase due”, dopo ogni tragedia della storia, comporta molte riflessioni e richiede una più avvertita coscienza del presente per ricostruire un tessuto di relazioni umane, la città; che tenga conto del passato e sia aperta e disposta all’edificazione di un futuro che offra a tutti una speranza rasserenante. Enea arriva alla fine della sua vicenda voluta dagli dei: la sua storia non finirà e troverà una continuazione che ne perpetua memoria e valori.

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