Ex Cathedra
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La malattia e i rumori della vita

Avevamo cercato di ragionare, nella precedente puntata di Ex cathedra, sulle conseguenze della peste, sui costumi ordinari della gente e sulla necessità che la società umana trovi un punto di raccordo tra morti e vivi nell’idea di un punto fisso, fisico, riconoscibile, che possa fungere da medium storico e anche psicologico nel momento dell’elaborazione del lutto...

Parole chiave: Ex Cathedra (31), Lino Cattabianchi (14)

Avevamo cercato di ragionare, nella precedente puntata di Ex cathedra, sulle conseguenze della peste, sui costumi ordinari della gente e sulla necessità che la società umana trovi un punto di raccordo tra morti e vivi nell’idea di un punto fisso, fisico, riconoscibile, che possa fungere da medium storico e anche psicologico nel momento dell’elaborazione del lutto. In quel particolare periodo, cioè, in cui una presenza comincia a cambiare dimensioni nel rapporto con chi è rimasto. In noi, attorno a noi, dentro di noi, come racconta Italo Svevo in un memorabile capitolo – il quarto – de La coscienza di Zeno, intitolato appunto “La morte di mio padre”. Un lento rapporto fatto di inganni senza esclusione di colpi fino alla dura resa dei conti finale, una poderosa sberla calata dall’alto, al culmine dell’estremo atto vitale. Senza spiegazioni, senza ritorni, senza la possibilità di chiedere. “Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!”. Un evento che determina in Zeno la necessità di venire a patti, di abituarsi a convivere con questo segreto (“per parecchio tempo i colloqui con mio padre continuarono dolci e celati come un amore illecito”) per poter proseguire con la vita di tutti i giorni. È questo il non detto che si consuma nelle pagine successive della Coscienza fino alla apocalittica “catastrofe inaudita” dell’esplosione finale, nelle ultime righe, al termine della quale “la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Ancora la malattia, condizione permanente, strutturale che consente a Zeno di scoprire la vita nelle sue articolazioni più nascoste, nelle pieghe più segrete. Anche oggi, la malattia che pervade ogni attimo della giornata, che si riflette in ogni retropensiero e domina le cronache, da un giorno all’altro è al centro del destino di milioni di individui. Anche oggi l’esito del proprio destino può essere legato ad un incontro casuale, ad una situazione cui non si è dato peso, a ciò che, vivendo, diventa ossessivo, paralizzante. C’è uno strano silenzio nelle strade, rotto solo da poche macchine che passano ogni tanto, da qualche frettoloso passante bardato con mascherina e guanti. Tutto sembra fermo, quasi un respiro trattenuto dietro le finestre, le luci spente della sera. Ma un giorno questo dovrà finire e saranno ancora i rumori della vita che, come nella malattia di Zeno “finalmente guarito”, riprenderanno il sopravvento.

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