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«La nostra Africa dove combattiamo la peggior malattia: l’indifferenza»

di GELMINO TOSI
Una lettera del “nostro” Gelmino Tosi dalla Sierra Leone 

«La nostra Africa dove combattiamo la peggior malattia: l’indifferenza»

di GELMINO TOSI

Lavorare in Africa, in questo momento in Sierra Leone, talvolta mette a dura prova l’obiettività di giudizio. Il confronto tra due mondi, il nostro e il loro, talora si muta in interrogativi ineludibili e spesso è facile passare dal giudizio al pregiudizio. Tuttavia gli episodi quotidiani di miseria umana diventano spesso un pungolo tomentoso. Come non chiedersi, allora, dinnanzi a certe situazioni: che ci faccio io qui?
In realtà è una tentazione frequente che anche in altre esperienze africane mi ha toccato. L’altro giorno, nel primo pomeriggio, mi chiamano al reparto femminile del Main Hospital. È giunta Amie, una bambina di sei anni, è caduta nel fuoco ed è completamente ustionata dall’ombelico in giù e in parte del dorso. È avvolta in sudici stracci che non fanno altro che alimentare un’infezione già in stato avanzato. La febbre è oltre 40° C, la respirazione compromessa, la saturazione dell’ossigeno sotto l’80%… Predispongo il trattamento necessario, anche se le mie speranze di salvarla sono infime. Serve idratazione in vena con potassio, antibiotici in vena e supplemento di ossigeno. Per quest’ultimo serve l’energia elettrica che alimenta una macchina detta appunto concentratore. Ma il generatore è spento e mica posso farlo accendere solo per una macchina. Per fortuna da pochi giorni ci hanno installato un piccolo impianto solare nella clinica per malattie croniche che dirigo e saggiamente è stata disposta una derivazione per una presa di corrente in reparto, solo una. Nel frattempo l’infermiera di turno mi dice che la famiglia è indigente e non ha i soldi per pagare i farmaci (qui si paga tutto!). Ordino allora di avvisare il direttore dell’ospedale, un collega locale: so che in taluni casi le medicine si possono procurare. Non mi resta che attendere.
La sera prima del tramonto, Daniela e io siamo soliti passeggiare tra le vie di Pujehun, per cogliere la minima brezza serotina che ci solleva un pochino, dopo le torride e umide giornate che si stendono come un manto sui nostri corpi. Nell’osservare il cielo, che via via si incendia al tramonto repentino dell’Equatore, insidiato da cupi nembi dell’incipiente stagione delle piogge, non sfuggono allo sguardo le torri di metallo che svettano nello stesso cielo, tra le case e le baracche. Sono circa una diecina e assicurano il servizio di telefonia e dati a tutto il territorio. D’altra parte il cellulare ce l’hanno tutti, chi quello cinese da pochi dollari, chi lo smartphone evoluto. È evidente che per costruire questi alti torrioni, a occhio 20-30 metri, qualcuno ci ha investito un bel po’ di denaro. Ma allora i soldi non mancano dove il profitto è assicurato. A distanza di trentacinque anni dalla mia prima missione in Africa, balzano agli occhi numerosi cambiamenti, ma non nel campo della sanità. Il mercato di Pujehun è invaso da ogni genere di oggetti di plastica e apparecchi elettronici probabilmente scadenti, ma luccicanti nei loro colori accattivanti. Allora vuol dire che da qualche parte i soldi ci sono, ma vengono usati solo per produrre ulteriore denaro in poco tempo.
Ci insegnano che investire in sanità non è denaro buttato, solo che i risultati, anche economici, si vedranno solo negli anni a venire. Un bambino ben curato e nutrito è un sicuro investimento per una società in evoluzione; mentre un bambino ammalato e malnutrito sarà solo un debito e non contribuirà allo sviluppo e alla ricchezza del suo Paese. Lo stesso discorso si può fare probabilmente per la scuola, pure quella molto deficitaria.
Da una parte è innegabile l’avidità di chi investe: denaro per denaro. Come si dice dalle mie parti: soldi, pochi, subito e maledetti. Poi vi è un altro aspetto, l’altra faccia della medaglia. Quanto sono appetibili, quanto ci abbagliano (noi e loro) tutti questi aggeggi moderni, quanti bisogni spesso inutili che ci impongono? Non è questo il luogo ove discutere il bene o il male della tecnologia informatica. Questa sicuramente ci illude di essere più liberi, sempre connessi, informati. Ma è sempre tutto vero? Io ne dubito. Eccomi dunque di nuovo al cospetto della piccola Amie. A dispetto di tutto oggi appare migliorata, non ha più bisogno dell’ossigeno e la febbre si è ridotta sensibilmente. È riuscita a mangiare qualcosa. Nonostante l’avidità degli esseri umani, lei sta vincendo la sua battaglia, anche se so che sarà ancora impervia e segnata dall’incertezza la sua vita futura. Porterà per sempre i segni di questo incidente, speriamo le sia di monito per comprendere cosa vale veramente nella vita. Anch’io oggi mi sento felice, è una goccia in mezzo al mare (il nostro e il loro). Non un mare tempestoso, ma calmo, troppo calmo per comprendere le innumerevoli contraddizioni che si vivono in Africa. La domanda dell’inizio rimane ancora disattesa, almeno in parte: che ci faccio io qui? La mia presenza quanto incide sul destino di questa gente? Non lo so, e non credo tanto, come spesso mi ripeto. La mia presenza qui serve soprattutto a me stesso. Serve a tener viva la consapevolezza di quanto ingiusto è questo mondo, serve a non nascondere le nostre responsabilità dietro l’indifferenza, la malattia più grave del nostro vivere. 

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