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Tutti i Mondiali dell’Osvaldo «Quando Fanna, Trice, Dige e...»

I ricordi di Bagnoli mentre i Campionati 2018 si accendono in Russia

Parole chiave: Osvaldo Bagnoli (2), Mondiali 2018 (1), Sport (139), Calcio (136)
Tutti i Mondiali dell’Osvaldo «Quando Fanna, Trice, Dige e...»

Per la prima volta dal 1958 – sessant’anni esatti, equivalenti a quindici edizioni – il Mondiale di Russia 2018 parte senza l’Italia, da sempre una delle grandi protagoniste del torneo. D’altronde i quattro titoli conquistati (1934, 1938, 1982, 2006) permettono all’Italia di guardare tutti dal secondo gradino del podio (a pari merito con la Germania, campione in carica), dietro soltanto al pentacampeon Brasile.
Sarà, quindi, un’edizione menomata per gli italiani, che si ridurranno a guardare (e a gufare) distrattamente le partite altrui; ma anche per gli organizzatori dello stesso torneo, che non possono contare su una delle compagini che hanno segnato senz’altro più di altre la storia del torneo (oltre ai quattro ori l’Italia vanta anche due argenti e un bronzo) e che, soprattutto, muovono una gran quantità di tifosi, da sempre fra i più numerosi sugli spalti durante le partite. D’altronde la rovinosa doppia sfida alla Svezia di novembre ha giustamente lasciato fuori l’Italia di Ventura, mai così in basso per qualità del gioco e numero di talenti espressi.
Fra le inevitabili favorite, oltre alle solite Brasile, Argentina e Germania, ci sono anche Francia e Spagna, entrambe alle prese con un interessante cambio generazionale, e Uruguay, tornato stabilmente ai vertici del calcio che conta. Le simpatie di molti, però, andranno alla compagine islandese, che già due anni fa durante l’Europeo 2016 ben figurò con un gioco spumeggiante e il coinvolgente “Geyser Sound” dei suoi tifosi, giunti a migliaia sul Continente; il Portogallo di Cristiano Ronaldo potrebbe sfruttare l’onda lunga della vittoria europea e magari tentare la sorpresa, mentre pochissime chance le diamo alla squadra di casa, che inaugura il torneo giovedì 14 giugno contro l’Arabia Saudita. Staremo a vedere.
La cadenza quadriennale del Mondiale, si sa, è anche un meraviglioso “metronomo” della vita. Tutti gli appassionati di calcio, ma non solo, si ricordano dov’erano il 9 luglio del 2006 in occasione dell’ultima vittoria azzurra; o, per i più attempati, l’11 luglio 1982, quando Rossi, Tardelli e Altobelli stroncarono la Germania Ovest di Breitner e Rummenigge e vinsero contro ogni pronostico un fantastico Mundial. È per noi anche l’occasione di rispolverare l’album dei ricordi, con un allenatore che a Verona non ha bisogno di presentazioni.
Stiamo parlando, ovviamente di lui, l’Osvaldo, che Gianni Brera paragonò nientemeno che a Schopenhauer, mentre per tutti gli altri era più semplicemente “Il mago della Bovisa”. Già, perché Osvaldo Bagnoli nacque proprio nell’hinterland milanese, dove cominciò a dare, all’oratorio, i primi calci a pallone. Aveva talento e presto iniziò a giocare nelle giovanili del Milan, dove arrivò persino a vestire la maglia della prima squadra. Da lì spiccò il volo per Verona, prima da calciatore e poi, molti anni dopo, da allenatore.
Il suo capolavoro, ineguagliato da allora, fu come tutti sanno quello di portare a vincere lo scudetto tricolore in provincia, a Verona, con l’Hellas nel 1985. Una squadra che, l’anno successivo, in occasione del Mondiale a Mexico ’86 diede ben quattro elementi al “vecio” Bearzot: il libero Roberto Tricella, la mente Antonio Di Gennaro, la freccia Piero Fanna e il bomber Giuseppe “Nanu” Galderisi.
Quella nazionale, a dirla tutta, non fece benissimo, uscendo dopo un girone un po’ anonimo (pareggi con Bulgaria e Argentina, poi futura campeona; vittoria sofferta con la Corea del Sud per 3-2) con la Francia di Platini agli ottavi: 2-0 e tutti a casa.
– Bagnoli, che ricordi ha di quel Mondiale?
«Ricordo la grande soddisfazione di vedere i miei ragazzi in maglia azzurra, quello sì. D’altronde erano tutti fortissimi e si meritarono la chiamata in Nazionale, anche se poi le cose non andarono esattamente come sperato. In ogni caso, sono molto orgoglioso per quello che hanno realizzato».
– Le capita di sentirsi ancora con qualcuno di loro?
«Con Piero Fanna sì, spesso. Siamo entrambi nell’Associazione ex calciatori Hellas Verona e organizziamo molte iniziative. E sì, ci capita, ogni tanto, di rivangare quei tempi».
– Si ricorda il suo primo Mondiale?
«In realtà poco. Avevo quindici anni, ero un ragazzino, e l’Italia andò a giocare il Mondiale del ’50 in Brasile. Non andò bene nemmeno là, ma in Italia per quel torneo non c’erano molte aspettative, onestamente».
– Quello che le piacque di più?
«La mancata vittoria a Mexico ’70 ridusse i meriti di una Nazionale, quella di Valcareggi, che aveva fatto davvero bene e che aveva giocatori fortissimi come Rivera, Riva, Mazzola, Boninsegna e tanti altri».
– Tecnicamente cosa si aspetta da questo Mondiale in Russia, che sta per iniziare?
«Non saprei dire, in anticipo, se ci saranno grandi novità tecnico-tattiche. Di sicuro mi divertirò a guardare le partite, ma non con occhio particolarmente critico. Mi aspetto di vedere un bel calcio, veloce. È cambiato molto dai tempi in cui giocavo io o anche da quelli, più recenti, in cui allenavo. Ovviamente oggi l’aspetto fisico è spesso preponderante, mentre un tempo era la tecnica individuale a fare la differenza. Basti pensare a Maradona che, da solo, è riuscito a vincere proprio il Mondiale in Messico, nel 1986. Oggi forse non sarebbe possibile».
– Sarà un Mondiale senza l’Italia. Qual è il motivo di questa debacle secondo lei?
«Probabilmente non si è investito, come invece fanno le altre nazionali, sui giovani e a lungo si è vissuto un po’ di rendita, sugli allori, pensando ai successi del passato. Bisogna invece guardare avanti, cercando di creare le premesse per una rinascita di tutto il movimento. Altrove hanno investito e oggi raccolgono i frutti di quegli investimenti».
– Il neo-ct Roberto Mancini è l’uomo giusto al posto giusto?
«È presto per dirlo. Lo ricordo da giocatore ed era fenomenale. Come allenatore ha avuto risultati intermittenti, allenando sempre grandi squadre, ma sarà proprio con la formazione azzurra che capiremo di che pasta è fatto».
– A proposito di problemi, cosa ci può dire dell’attuale situazione del “suo” Hellas Verona?
«Vado spesso allo stadio a guardare le partite, con mia moglie. È sempre un piacere per me e devo dire che la retrocessione è stata davvero una pena. Non saprei bene cosa consigliare a Setti, ma di certo l’Hellas merita, per blasone, storia e tifoseria, di rimanere in Serie A. Speriamo in una pronta risalita».
Ernesto Kieffer

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