Pentagrammi
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Alla scoperta della Cassandra di Vittorio Gnecchi gioiello perduto del primo Novecento

Da poco nei negozi, finalmente è disponibile dopo quasi vent’anni la ristampa di un’esecuzione operistica di spiccato rilievo culturale, la Cassandra di Vittorio Gnecchi (1876-1954), edita dall’etichetta Nar Classical a partire dalla vecchia e introvabile edizione Agorà dell’anno 2000.

Parole chiave: Vittorio Gnecchi (1), Pentagrammi (19), Novecento (2), Cassandra (1)

Da poco nei negozi, finalmente è disponibile dopo quasi vent’anni la ristampa di un’esecuzione operistica di spiccato rilievo culturale, la Cassandra di Vittorio Gnecchi (1876-1954), edita dall’etichetta Nar Classical a partire dalla vecchia e introvabile edizione Agorà dell’anno 2000. Cassandra ebbe il suo debutto nel 1905, diretta da Arturo Toscanini al Teatro Comunale di Bologna, due anni dopo la sua composizione su libretto cui pose mano, elaborando la tela già predisposta da Gnecchi, il grande Luigi Illica, preclaro collaboratore di Puccini (Bohème, Tosca, Madama Butterfly), Giordano (Andrea Chénier), Mascagni (Iris). Un’opera “maledetta”, la Cassandra, accolta molto bene subito, ma ben presto oscurata dall’Elektra di Richard Strauss, andata in scena pochi anni dopo, nel 1909: analoghe le fonti letterarie della poesia tragica ateniese, simili talune soluzioni musicali e la complessione drammaturgica, tanto che vi fu chi tentò di provare addirittura un plagio, da parte di Strauss, dal lavoro del compositore milanese. Fatto sta che il prestigio e la tellurica forza espressiva del capolavoro tedesco finirono per far cadere nell’oblio la Cassandra, sentita come troppo “teutonica” in patria, come fiacco epigonismo post-wagneriano nell’area germanica, infine come tentativo fallito di attingere al Classico alla maniera che sarebbe stata appunto di Richard Strauss poco tempo dopo.
E fu un gran peccato. L’opera di Vittorio Gnecchi è infatti un gioiello di scrittura musicale e teatrale, che fa rivivere con originalità l’Orestea di Eschilo nel segno, tra l’altro, di innovativi stile e ruolo segnati nelle parti d’insieme, in modo tale che il coro diviene davvero la coscienza popolare in atto e in reazione dinamica rispetto al concatenarsi degli eventi, con sintesi rapinosa di gesti retorico-melodici e profonda consapevolezza del rapporto dialettico tra azione e stasi, sempre essenziale nel teatro musicale. Né sono da meno le caratterizzazioni delle parti, di Cassandra e di Clitennestra ad esempio, che possono a buon diritto prendere il loro posto tra i personaggi femminili di più rilevata drammaticità disperata nell’ambito primo-novecentesco: se a entrambe manca l’isteria che guarda alla psicologia del profondo – tipica del teatro straussiano – è vero tuttavia che il loro lirismo esacerbato rappresenta un qualcosa di innovativo nella cultura italiana: aspro e spezzato, diresti, non sempre a fuoco (Gnecchi non era Puccini: sia chiaro), eppure capace di dar corpo e anima alla torsione nevrotica dei caratteri, non rinunciando mai alla melodia – per quanto lacerata, quasi “decomposta” – la quale domina sia, come già accennato, nei bellissimi cori, che nella parte della protagonista. L’adozione di un sistema di scrittura modale ispirato ai modelli greci antichi (poi passati anche al canto gregoriano) dona all’ordito vocale un che di arcaizzante di estrema suggestione: anche qui, non sempre a fuoco e qualche volta pure con un sospetto di manierismo virtuosistico. Ma lo sbalzo tragico e la qualità di dialogo/giustapposizione con il tappeto orchestrale restano di raffinatissima scuola, così che il fondo espressivo del dramma musicale, vale a dire l’incomunicabilità, s’incarna nella Cassandra in un paradosso estremamente produttivo, laddove ciò che la parola non può dire o non viene compreso viene sostituito dal potere incantatorio – ecco la poesia – della musica, in scena e nella fossa orchestrale. Da riscoprire assolutamente.

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