Il Calciastorie
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A volte basta poco per bruciare un sogno

Avversari quando si gioca Juventus-Palermo. Ma, adesso, compagni di Nazionale, e i mondiali sono quelli del 2006. Poi di nuovo uno contro l’altro, nei momenti di tempo libero, dopo un allenamento...

Parole chiave: Il Calciastorie (121), Sport (138), Calcio (132), Lorenzo Galliani (55)

Avversari quando si gioca Juventus-Palermo. Ma, adesso, compagni di Nazionale, e i mondiali sono quelli del 2006. Poi di nuovo uno contro l’altro, nei momenti di tempo libero, dopo un allenamento. A separare Gianluigi Buffon e Simone Barone c’è un tavolo da ping pong. Il portierone è uno di quelli che, quando si fissa su qualcosa, ce la mette tutta per migliorarsi. Barone però è un osso duro, più bravo di lui. Agli italiani questa sfida non frega un granché: conta solo il calcio, con gli azzurri passati all’ultimo minuto contro l’Australia grazie a un rigore trasformato da Totti.
Quanto abbiamo sudato quel giorno, con Materazzi espulso e l’incubo della Corea del Sud a ricordarci che il passaggio del turno non era così scontato (ottavi di finale anche quelli, quattro anni prima).
Ma, forse, anche quel match di ping pong, amichevole ma fino a un certo punto, si decide un pezzetto di mondiale, come racconta il libro La nostra bambina (la bambina sarebbe la coppa del mondo…), curato da Alessandro Alciato. Vince Barone, anzi stravince. A pochi passi dal tavolo c’è una vetrata: Buffon le rifila un calcio, per sfogarsi.
Ovviamente il vetro va in mille pezzi, e alcuni di questi si piantano nella scarpa del portiere. Gelo nella sala. Se Gigi si è ferito al piede potrebbe non scendere in campo contro l’Ucraina.
E se il vetro avesse centrato il tendine? L’unico modo per capirlo è muovere il piede. Buffon lo fa e, come racconterà nel libro di Alciato, può tirare un sospiro di sollievo: «Funzionava ancora, un po’ dolorante, ma funzionava. L’importante era quello. Perché teoricamente il mio mondiale si sarebbe potuto fermare lì, sulla statale fra Duisburg e Düsseldorf. Il primo a parlare, dopo aver capito che avrei continuato a difendere la porta dell’Italia, è stato Cannavaro: “Gigi, non vuoi tornare a casa, vero?”».
Non ci tornerà, non prima almeno di aver fatto la sua parte – e che parte! – nella conquista della coppa. Spiccando il volo (e due buoni piedi sono necessari) per parare, in finale, il colpo di testa di Zidane. E la partita di ping pong? Resta lì, forse a ricordarci che il talento va sempre custodito, perché basta davvero poco per bruciarselo con una sciocchezza.

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