Ex Cathedra
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Umberto Saba e la sua poesia dedicata alle bambine che verranno

Per molti anni la conclusione dell’anno scolastico, in tutte le quinte che ho attraversato, l’ho affidata ad una poesia dedicata alle “bambine che verranno”. Ricordo sempre lo sconcerto delle mie allieve (e dei miei allievi) che cominciavano a chiedersi: «Come mai?»; «Ma perché?»; «E adesso cosa succede?».

Parole chiave: Umberto Saba (1), Ex Cathedra (26), Poesia (9)

Per molti anni la conclusione dell’anno scolastico, in tutte le quinte che ho attraversato, l’ho affidata ad una poesia dedicata alle “bambine che verranno”. Ricordo sempre lo sconcerto delle mie allieve (e dei miei allievi) che cominciavano a chiedersi: «Come mai?»; «Ma perché?»; «E adesso cosa succede?». Allora, dopo avere spiegato loro che era «per le bambine di cui in futuro sarebbero stati papà e mamme» invitavo la classe a collegarsi alle antologie che di anno in anno si sono succedute nel racconto scolastico della letteratura italiana. A partire dal glorioso Pazzaglia al mitico Guglielmino e alla sua imprescindibile Guida al 900, per finire ai repertori incentrati sul secolo scorso, come l’ottima antologia La poesia italiana del Novecento edita la prima volta nel 2000 dalla Arnoldo Mondadori scuola e curata da Simona Costa con la collaborazione di Federico Roncoroni e Ilva M. Cappellini. E, con un po’ di silenzio e concentrazione, cominciavo a leggere: “La mia bambina con la palla in mano, / con gli occhi grandi colore del cielo / e dell’estiva vesticciola: «Babbo / – mi disse – voglio uscire oggi con te»”. A questo punto era fatta: l’atmosfera che si creava spianava la via alla seconda parte: “Ed io pensavo: Di tante parvenze / che s’ammirano al mondo, io ben so a quali / posso la mia bambina assomigliare. / Certo alla schiuma, alla marina schiuma / che sull’onde biancheggia, a quella scia / ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde; / anche alle nubi, insensibili nubi / che si fanno e disfanno in chiaro cielo; / e ad altre cose leggere e vaganti”. Una passeggiata del papà-poeta con la sua bimba Linuccia, carica di una forte valenza simbolica, che viene recapitata al lettore con le parole della quotidianità e la cui chiusa dà il titolo alla raccolta Cose leggere e vaganti del 1920, poi inserita nel Canzoniere da Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste 1883 - Gorizia 1957). La sua figura ci riporta all’amata area triestina, percorsa da fermenti culturali che la legano strettamente alla cultura mitteleuropea, e che però vive profondamente il rapporto con la propria italianità e la grande tradizione della poesia. Si dice sempre, a proposito di Saba, che vivendo egli in un angolo appartato, rispetto all’Italia, lontano dagli influssi delle correnti che in quel momento dominano la scena letteraria nazionale, riesce a compiere il miracolo di saltare la lezione simbolista e decadente e a filtrare, tuttavia, il suo profondo disagio esistenziale (fu in analisi dal dottor Edoardo Weiss che curò anche Italo Svevo e fondò la Rivista italiana di psicoanalisi), ricollegandosi direttamente alla lingua e alla parole del Petrarca e dell’onnipresente, sottotraccia, Leopardi. Non per nulla tutte le sue poesie, scritte in vari periodi, confluiranno poi in un’unica raccolta Il Canzoniere, che riproduce “tale e quale” il titolo dell’opera (i Rerum vulgarium fragmenta) del poeta aretino che cantò l’amore per Laura. Una persistenza egemone quella del Petrarca nella poesia italiana, tranne poche e rare eccezioni, come quella già ricordata di Montale. Ma entro lo schema ripreso da Saba si muove e vive una sensibilità poetica nuova che ha l’ambizione di trasformare la propria vita in un romanzo in versi. E ancora, il lavoro sulla parola poetica che è spietatamente alla ricerca della verità senza aggettivi in uno sforzo di scavo e di liberazione dalle incrostazioni retoriche di un fin troppo facile dannunzianesimo imperante. Un percorso che accomuna Saba, per certi versi, ad Ungaretti, “uomo di pena”, nel condividere coi suoi simili la fatica quotidiana della vita, solo pane della poesia. Ed ecco, come per incanto, la campanella suonava su questi autori e su questi versi e le classi si scioglievano rumorosamente, disperdendosi nei corridoi e poi sui sentieri della vita. Ormai, “cose leggere e vaganti”.

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