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Se la torcia non illumina ma incendia

Se la torcia non illumina ma incendia, quello che la regge non è una guida ma un piromane. Da qualche tempo nella nostra città si sta affermando una campagna d’informazione e d’opinione dai toni accesi, spesso aspri e polemici nei confronti dei profughi ospitati sul territorio veronese...

Parole chiave: Beghini Renzo (2), Editoriale (336), Profughi (8), Costagrande (1)

Se la torcia non illumina ma incendia, quello che la regge non è una guida ma un piromane. Da qualche tempo nella nostra città si sta affermando una campagna d’informazione e d’opinione dai toni accesi, spesso aspri e polemici nei confronti dei profughi ospitati sul territorio veronese.
Le espressioni che leggiamo sui giornali locali suonano così: ‘gli immigrati creano ogni giorno che passa sempre più disagio; i furti cominciano ad aumentare; i profughi scappano e creano problemi di ordine pubblico; commercianti e residenti sono spaventati; le donne della zona non escono più da sole e hanno paura a mandare in giro le loro figlie; hanno bici o motorette forse sottratte ai legittimi proprietari; ci stiamo africanizzando; se continua così finirà che dopo i materassi bruciati dalla gente esasperata a Treviso, qualcuno darà fuoco a qualche negretto’.
Il quadro che esce da questa descrizione dei fatti (o opinioni?) è inquietante. I profughi sono dipinti come orde vandaliche che scendono dalle colline per ‘saccheggiare i nostri villaggi’. Una schiera da cui difendersi e se possibile da contrattaccare: i buoni di qua, i cattivi di là.
Ebbene: di questo terrorismo mediatico che genera psicosi non abbiamo bisogno.
Ma ritorniamo ai fatti e riscriviamoli da capo per amore e dovere della verità. La notizia di questi giorni riportata dai giornali di casa nostra è l’accoglienza dei profughi a Costagrande sulle colline sopra Avesa. La notizia successiva è quella delle tensioni verificatesi sul posto. I fatti: il numero sembra al momento attestarsi sui trecento circa ma destinato ad aumentare fino ad arrivare a quattrocento unità; sono di diverse etnie; tutti maschi e giovani; i problemi di convivenza non mancano; non abbiamo a che fare con una pia confraternita di spiriti celesti e serafini.
Che si tratti di un problema obiettivo, non c’è alcun dubbio. Riguardo alla gestione dei flussi di profughi provenienti dalle coste africane noi non abbiamo poteri, competenze, soluzioni. Tuttavia riteniamo che l’accoglienza degli esuli sia un dovere morale di ogni persona e delle comunità. Ne va della nostra dignità e della possibilità di affrontare gli occhi dei nostri figli. Di fronte all’invito all’accoglienza di un prete, l’allora sindaco di Venezia, Cacciari, disse che la chiesa ha tutte le ragioni per raccomandare la solidarietà ma è dovere del sindaco gestire il territorio con le risorse a disposizione. La Venezia dell’aneddoto è una città delicata e fragile. C’è un’ospitalità oltre la quale non si può andare. In ambito politico va perciò riconosciuta la non coincidenza ma anzi la distinzione (che non è separazione) tra il linguaggio incondizionato dell’etica e quello condizionato delle decisioni amministrative e di governo.
Sempre in tema di linguaggi, con altrettanta forza va ribadito che alimentare paure e allarmi sulla pelle dei profughi è disonesto ed è pura demagogia. È populismo che va ad ingrassare gli umori e la macchina del consenso di molti, noti e meno noti. Attenzione alle mistificazioni. Perché di tutto questo non abbiamo alcun bisogno.
Ma ritorniamo ai fatti. La Chiesa di Verona con la Caritas ha accolto 60 profughi. Sono divisi in tre gruppi e ogni casa d’accoglienza ne ospita una ventina. Si punta a favorire progetti di alfabetizzazione e inclusione a misura di persona accompagnati da rapporti di prossimità. E non si tratta di generico solidarismo snocciolando il rosario delle buone intenzioni: ma di azioni semplici e concrete. Queste sono le notizie di cui abbiamo e avremmo maggiormente bisogno. Per il mestiere che facciamo, nel nostro piccolo, sono anche le notizie che diamo e che continueremo a dare.

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