Riscoprirsi dono per infondere coraggioin chi ci incontra

«Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo»

| DI don Luca Albertini

Riscoprirsi dono per infondere coraggioin chi ci incontra
Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Tra le ultime annotazioni che il giovane viaggiatore solitario Chris McCandless scrive sul suo diario nell’agosto del 1992, poco prima di morire isolato in Alaska, leggiamo: “La felicità è reale solo se condivisa”. Una frase divenuta celebre grazie allo scrittore Jon Krakauer, che ne narrò la storia nel libro Nelle terre estreme, e al film Into the Wild di Sean Penn. Nella sua semplicità, l’annotazione di Chris fa emergere una verità profonda: ciò che ci rende felici trova pienezza e concretezza solo quando è partecipato.
Credo che ciascuno, ripensando alla propria vita, possa dire che i ricordi più belli siano legati a esperienze vissute insieme ad altri, che hanno reso significativo quel momento. Difficilmente ciò che resta impresso nella nostra memoria come un istante di gioia è legato a un fatto rimasto chiuso nella nostra individualità.
Ci accorgiamo di desiderare la presenza di un altro che condivida con noi la vita perché solo così possiamo gustare fino in fondo la felicità: un’esperienza può essere piacevole anche in solitudine, ma se vissuta con qualcuno diventa significativa, capace cioè di dare “gusto” e fare “luce” nella nostra esistenza. Riconosciamo, infatti, che in certi momenti solo la presenza di qualcuno accanto a noi ha reso possibile, o per lo meno ci ha aiutato a comprendere, ciò che stava accadendo, mentre da soli tutto appariva incomprensibile e senza via d’uscita.
Nel prologo, parlando del Verbo che si fa carne, san Giovanni ci ricorda che “in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,4-5). Il Signore Gesù Cristo è colui che è venuto per darci vita in abbondanza (Gv 10,10). Nel Signore troviamo quella vita capace di attraversare anche la morte, di illuminare l’oscurità e di accendere ovunque la speranza che non ha fine. È questa vita, che viene da Lui, che è dono e profuma di eternità, che rende “saporiti” i nostri giorni (sale), e, riempiendoli di senso, ci aiuta a scorgere le scelte da compiere (luce).
Se cerchiamo il Signore, se il suo Vangelo diventa ciò che orienta la nostra persona e la nostra vita, allora anche noi saremo capaci di farci vicini agli altri per donare gusto e luce; per fare in modo che la vita di chi ci incontra possa diventare più “saporita” ed essere illuminata, ovvero un po’ più comprensibile. Non c’è gusto da soli e, da soli, si vede poco o male. Come colui che è la Vita e la Luce che splende nelle tenebre si è donato a noi affinché la nostra vita fosse come la sua, così anche noi siamo chiamati a fare della nostra esistenza qualcosa capace di portare sapore e luce alla vita degli altri, perché possano trovare quel gusto che rende meno amari i giorni e quella luce che consente di tornare a sperare e a camminare.
Non di cose abbiamo sete, ma di un volto, di due occhi che ci guardino silenziosi, seri o sorridenti. Di un volto che ci corrisponda (ci dia risposta), capace di accogliere come un grembo materno il mistero della vita che, a piccoli sorsi, cerchiamo di consegnare nelle mani di qualcuno. Un volto fratello, un volto sorella, che ci stia davanti con l’orologio fermo e l’agenda dimenticata.
Abbiamo fame di due sedie e un tavolo al quale sederci in compagnia, anche in silenzio, attendendo il brontolio profumato della moka annerita e vecchia. Non di soluzioni o risposte, non di giudizi o prospettive: prima di tutto desideriamo un volto che sia lì “per me”, che pur arrivando a casa nostra sappia dirci: “ti aspettavo”, ed entrando non chieda permesso ma dica: “avanti, entra pure nella mia vita con la tua”. 
Tutto il resto non conta, è un soffio che passa; tutto il resto somiglia agli idoli descritti dal Salmo 115: “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Le loro mani non palpano, i loro piedi non camminano; dalla loro gola non escono suoni!”. Gli idoli non possono dare gusto né illuminare il cammino, semplicemente perché non sono capaci di relazione, ti lasciano solo.
Essere sale e luce significa allora riscoprirsi dono: non per brillare da soli, ma per accendere il coraggio in chi incrocia il nostro cammino. Perché la vita ha sapore solo quando diventa spazio aperto, dove l’io si arrende al noi e, così, la felicità si fa, finalmente, reale.

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