Quando la gioia ci prende per mano e ci porta a giocare

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»

| DI don Luca Albertini

Quando la gioia ci prende per mano e ci porta a giocare
Matteo 11,25-30In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Ci sono dei piccoli che accolgono delle parole che vengono da Dio e dei presunti grandi che rimangono chiusi nell’obesità del loro io che soffoca il profondo che ci abita: quel moto che si muove dentro di noi come un’istanza sempre presente, come una forza, una tensione costante. In ogni momento desideriamo. Di desiderio siamo fatti perché dal desiderio veniamo. Silenzioso, ma forte. A passo quasi impercettibile eppure tonante come scroscio estivo. È tensione, qualcosa che avvertiamo possibile, realizzabile, anche se non a portata di mano. 
È il desiderio della gioia, quella vera, quella che sa attraversare tutto rimanendo gioia. E dentro di noi la avvertiamo che grida forte: “Voglio essere con te, voglio essere te”. Gioia che gioisce, che si commuove, che spalanca gli occhi nella sorpresa di un attimo che racchiude una vita intera. Tutti ti cerchiamo. Desiderio di gioia! E tutto cominciamo a fare per raggiungerla, perché diventi di casa, perché sia casa. 
Quando siamo piccoli quasi non si fatica ad averla per compagna di giochi. E questo perché desideriamo giocare. Perché il gioco è desiderio in atto, tensione che si nutre e promette. Non giochiamo per essere nella gioia, ma è la gioia che gioca con noi, che ci prende per mano e ci conduce al gioco. Quando siamo piccoli giochiamo e trasformiamo la realtà. Non è che essa risulti falsificata, anzi, risulta autentica più che mai, cristallina, trasfigurata. La realtà emerge nella sua originalità disarmante perché non è contaminata da nessuna brama di consumo, ma vista e compresa nel suo essere dono. 
Così la gioia ci prende per mano, ci porta a giocare e nel gioco il desiderio si fa carne e viene contemplato dall’occhio del bambino che sorride perché vede oltre, al di là, l’aldilà. E ride di noi adulti, di noi grandi, di noi presunti sapienti della vita, che nella competizione di mostrarci ci siamo dimenticati come si fa a vedere. Sorride il bimbo e gioca. Corre, prende un bastone, salta, raccoglie un fiore. Si ferma, sta in silenzio e guarda. Lì. Quello lì. Lì è l’istante della gioia, lì domande e risposte non servono, lì tutto è chiaro e mistero tra chi guarda e ciò che è guardato. 
Gli occhi del bimbo accolgono un altro inedito, sia esso una formica, un pezzo vecchio di vetro o il volto di un altro bimbo. Lì, in quell’istante che supera di gran lunga il più alto verso poetico mai scritto o la più affascinante delle opere d’arte o la più recente scoperta scientifica, lì accade il mistero della gioia, il desiderio che trova nutrimento, la tensione invisibile che scorre e diventa feconda perché totalmente aperta oltre a sé. Forse sono pochi secondi, rotti alla fine da una espressione più o meno comprensibile da noi grandi, e non semplicemente perché il piccolo non sa ancora parlare, ma più che altro perché sa ancora parlare il linguaggio di Dio, che non è chiudibile nell’alfabeto umano, troppo povero di lettere e parole. Un’espressione inesprimibile insomma, quasi un gemito che sembra giungere proprio da lì, ma non proprio lì. Un grido, un verso che canta la sorpresa della scoperta come incontro di un altro che, nello stesso tempo, ha detto qualcosa a lui. 
Il bimbo esclama qualcosa! «Cosa hai detto?», diciamo noi grandi. E lui ripete la stessa cosa. E noi subito: «Hai trovato solo un pezzo di vetro!». E ridiamo. Perché ridiamo? Perché abbiamo visto solo un pezzo di vetro. Il bimbo ci perdona, per fortuna! Ci capisce. Intuisce che non ci riusciamo. In quel vetro che sfiora con la debolezza di quelle dita tozze e delicate, che scruta con l’intensità degli occhi dell’artista, lì, in quel vetro lui esce da sé, si protende oltre e, nel far questo, si riconosce capace di stupore e gioia. È in cammino, è nomade, è proteso! Si riconosce capace di accogliere gli altri, di permettere ad un altro di raggiungerlo nel mistero; è disarmato all’incontro, libero di donarsi, intento al presente più che mai, concreto, reale, incarnato. È un momento di festa, dove il tempo è abitato dall’eterno, lo spazio dall’infinito. 
E noi sorridiamo, scrolliamo un po’ le spalle, rimanendo in quello sguardo limitato che ci fa sopravvivere in quattro povere cose da fare per essere e avere, e ci impedisce di vedere il mistero di un vecchio pezzo di vetro. E così, i presunti sapienti e i dotti rimangono nella limitatezza di una sola ragione, mentre il piccolo, il bambino ha fatto spazio in sé alla meraviglia che rivela le cose grandi di Dio.

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