Quando accogliamo lo Spirito, accade l’unità

“Gesù soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo»”

| DI don Luca Albertini

Quando accogliamo lo Spirito, accade l’unità
Giovanni 20,19-23

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrerò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
La solennità della Pentecoste ci ricorda che la nostra vita è abitata dallo Spirito Santo, dono pasquale del Risorto che ci riempie di quella Grazia capace di farci vivere secondo l’umanità del Signore Gesù. Non si tratta di un atto magico o un premio per i nostri meriti, ma di un dono che non può realizzarsi in noi senza che la nostra volontà decida di accoglierlo e di scegliere radicalmente la vita di Cristo. Cosa succede, allora, quando accogliamo in noi lo Spirito? Accade l’unità.
Anzitutto, l’unità in noi stessi. Riconosciamo in noi tante dimensioni e aspetti diversi: istinti, bisogni, desideri, sogni, pensieri, sentimenti, emozioni, ragionamenti, ricordi… Talvolta sperimentiamo come questi elementi siano contrastanti. Così capita di sapere cosa sia il bene, ma di avvertire il desiderio di altro; oppure proviamo un sentimento, ma la ragione ci dice che è sbagliato. In queste situazioni il nostro cuore si ritrova diviso e stiamo male. Accogliere lo Spirito significa permettere che Lui faccia unità in noi, orientando tutto il nostro essere verso il Signore Dio. Lo Spirito, plasmando ogni frammento della nostra persona, lo orienta a Cristo: ed essendo tutto rivolto a Lui, diventiamo persone sempre più “unite”. Cominciamo a non essere più schiavi di questo o di quell’altro aspetto, ma cerchiamo in ogni situazione l’opportunità per conformarci al Vangelo.
C’è poi l’unità della comunità cristiana. Nel Vangelo secondo Giovanni, al capitolo 17, Gesù dice: «E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». L’unità dei discepoli sarà proprio ciò che darà testimonianza, affinché il mondo creda. Il Signore prega il Padre affinché la comunità cristiana sia una comunione a misura dell’unità che c’è tra Lui, il Figlio, e il Padre. Lo Spirito, che è la potenza dell’amore tra il Padre e il Figlio, genera questa stessa unità anche tra di noi. C’è però il grande rischio che le nostre comunità parrocchiali, più che vivere e cercare tale comunione, siano semplicemente il luogo dove ciascuno attinge ai “servizi” di cui ha bisogno. L’unità è possibile solo dove coltiviamo insieme il cammino di fede, prendendoci cura della vita e della spiritualità gli uni degli altri. Siamo chiamati, insieme, a vincere quelle pigrizie che talvolta ci inchiodano ai nostri divani. Insieme possiamo scegliere e volere che la nostra presenza trasformi gli spazi della parrocchia in luoghi di incontro e di narrazione reciproca della fede. Certamente siamo tutti di corsa e la sera o nel fine settimana avvertiamo il bisogno di riposare e di stare in famiglia; ma forse è proprio attraverso l’incontro con il volto dell’altro e condividendo la fede che ritroviamo forze impensabili e riscopriamo grazie profonde. 
Infine, l’unità della famiglia umana. Domenica scorsa il Vangelo della solennità dell’Ascensione si concludeva con l’esortazione di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Lo Spirito ci spinge a guardare con simpatia ogni persona, perché vogliamo annunciare a tutti la Misericordia di Dio Padre, che ci fa fratelli e sorelle. Papa Francesco, nella Evangelii gaudium al numero 14, scrive: “L’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione»”. 
La Pentecoste, in fondo, è la solennità del “disordine”! Un disordine sano. Lo Spirito viene e scompagina la nostra vita, mettendoci radicalmente davanti alla forma autentica del Vangelo; ne esce scosso tutto il nostro ordine fatto talvolta, o forse spesso, di piccoli compromessi, di mezze misure e di autogiustificazioni. Lo Spirito irrompe e scombina le nostre certezze per mostrarci sempre qualcosa di nuovo e grande, qualcosa di bello che ha il gusto della vita eterna: un ordine, cioè un senso, completamente diverso. A noi la scelta: lasciarci “disordinare” o continuare a sentirci a posto nei nostri piccoli, rassicuranti ordinamenti.

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