Matteo 5,1-12aIn quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
La sapienza della Chiesa pone vicine due ricorrenze liturgiche: la solennità di Tutti i Santi, che vivremo domenica, e la commemorazione di tutti i fedeli defunti, lunedì. La solennità di Tutti i Santi fa da “faro” e va a illuminare la liturgia della Commemorazione dei defunti.
Avvicinandoci al 1° novembre, ogni anno ci sembra di avvertire dentro di noi un po’ di tristezza. Sarà per l’autunno, che si rende sempre più manifesto nelle sue tinte sbiadite – anche se l’estate sembra non voler abbandonarci –, ma sarà soprattutto perché la solennità di Tutti i Santi, nella nostra memoria, è legata a doppio filo al cimitero dove abbiamo deposto i nostri cari quando hanno concluso la vita terrena. L’avvicinarsi di questi giorni probabilmente suscita in noi nostalgia e tristezza, e quasi quasi avvertiamo persino un’antipatia per questo tempo. Ciò che con fatica eravamo quasi riusciti a mettere da parte – il ricordo, la tristezza, la mancanza – sembra che queste giornate, in modo quasi antipatico, ce lo vogliano riproporre.
Per questo è importante contemplare la solennità di Tutti i Santi: per chiedere e imparare il loro sguardo che ci consente di vedere la nostra vita e quella di ciascuno abitata dal Signore risorto. È Lui che dona la Grazia per un’esistenza talmente piena che la morte non può avere più alcun potere su di essa: lo Spirito Santo conforma la nostra vita a quella del Signore Gesù, così che, vivendo con Lui il comandamento del duplice amore, possiamo camminare già ora sulla via della santità.
La solennità di Tutti i Santi ci invita ad alzare lo sguardo e a visitare le tombe dei nostri cari, riprendendo consapevolezza che la Pasqua di Cristo ha impresso a ciascuna storia un orientamento definitivo all’Eternità in Dio: siamo ricolmati della potenza della Pasqua, creature pasquali!
Certo, questo non toglie la fatica del distacco, né la nostalgia dei nostri cari, ma stare davanti alla tomba o alla loro foto vuol dire ricordarci che la nostra vita e la loro sono nelle mani del Signore: non ci siamo persi, loro non sono andati perduti. Viviamo la speranza certa che il Signore abbia preparato per tutti un posto per abitare in modo nuovo con Dio e con tutti i fratelli. La solennità di Tutti i Santi ci ricorda la nostra prospettiva, il punto da cui guardiamo gli eventi e la storia, l’orientamento della nostra vita, il “domani” che ci è stato già donato: la nostra identità non è condizionata da ciò che abbiamo fatto (la storia passata), ma donata in quell’unità piena con Dio Padre che Cristo nostro fratello ci ha conquistato e promesso nel suo Regno definitivo (futuro).
Per questo è possibile “celebrare la morte”, come viviamo nella celebrazione dei funerali. Perché è possibile? Perché la via della santità che ci è stata donata – cioè la prospettiva del Regno di Dio e della vita eterna con Lui – ci fa vivere il momento della morte come un compimento della nostra vita in Cristo. Per questo accendiamo il cero pasquale, cantiamo l’Alleluia, preghiamo insieme, riempiamo il feretro e il presbiterio di fiori: è la certezza che nella morte la nostra vita non cade nel vuoto, ma riceve il compimento, è resa partecipe con Lui delle sue ultime parole pronunciate sulla croce prima di spirare: «Tutto è compiuto» (… e non “tutto è finito!”).
Per noi cristiani dunque non si tratta di celebrare la morte, ma di affermare la Vita eterna. Senza questa dimensione di fede, la morte si scaglia nella nostra esistenza come qualcosa di incomprensibile, che ci spaventa e che non può assolutamente essere integrato nella vita. La celebrazione di Tutti i Santi, assieme alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti, ci chiama anche a riprendere consapevolezza, come comunità, dell’importanza di celebrare con cura i funerali. Ci invita a essere partecipi come fratelli e sorelle quando muore una persona, anche se non è di famiglia, anche se non la conosciamo, per riaffermare insieme ciò in cui crediamo profondamente: la vita eterna e la risurrezione.
Attraversare questi giorni con gli occhi della fede significa allora non cedere al buio del rimpianto o al dubbio che la morte corrisponda a una fine assoluta, ma lasciarsi illuminare dalla luce di Tutti i Santi. Sulle tombe dei nostri cari non deponiamo soltanto dei fiori, ma riaffidiamo a Dio la nostra vita e la loro, con la certezza nel cuore che l’ultima parola sulla storia umana non appartiene alla polvere, ma ancora a quel soffio di Vita che, raggiungendo la polvere plasmata, l’ha resa un essere vivente (cfr. Genesi 2,7)
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