In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
Sul monte Mosè ricevette “le tavole di pietra, la legge e i comandamenti” (Es 24,12). Gesù oggi proclama la nuova legge, che non elimina quella data da Dio durante l’Esodo nel deserto, bensì la porta a compimento. I divieti e i comandi incisi sulle tavole di pietra trovano il loro fondamento e il loro fine in quel «beati» che per nove volte risuona nel Vangelo di questa domenica. Solo se le Beatitudini diventano il nostro stile di vita, la legge apre alla libertà e custodisce il valore per cui il Signore ce l’ha donata.
Nel linguaggio comune il termine beato è sempre rivolto a qualcuno che riteniamo tale perché ha raggiunto una situazione ideale di vita o ha ricevuto qualcosa che sembra risolvere tutto. La beatitudine è dunque intesa come qualcosa che accade al di fuori di noi e che, in un certo modo, rende felice la nostra esistenza. Ma le situazioni annunciate da Gesù non riguardano certo esperienze di vita auspicabili secondo l’opinione comune e forse nemmeno secondo la nostra.
Papa Francesco, nella Christus Vivit, rivolgendosi ai giovani (ma sono parole che valgono per tutti!), scrive: “Giovani, non rinunciate al meglio della vostra giovinezza, non osservate la vita dal balcone. Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate. [...] Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete! Datevi al meglio della vita! Aprite le porte della gabbia e volate via! Per favore, non andate in pensione prima del tempo” (n. 143).
Il Papa non parla di “vita migliore”, ma afferma: “datevi al meglio della vita”, e la differenza non è di poco conto. Se parliamo di “vita migliore”, ci riferiamo a un’idealità, come se ci fosse una serie di “vite” tra cui poter scegliere la preferita: quella che, finalmente, ci renderebbe beati. Dicendo “il meglio della vita”, Francesco ci invita invece a considerare che la vita è una sola: è quella che ci viene data, è la nostra storia, il nostro presente, il nostro oggi. Ed è dentro questa vita reale che siamo chiamati a scegliere il meglio, lasciando ciò che è al di sotto della nostra dignità.
Il Papa ci invita con forza ad abbandonare la superficialità e la banalità: non osservare la vita dal balcone, non confondere la felicità con un divano, non sopravvivere con l’anima anestetizzata guardando il mondo come turisti. Tutto questo significa che, dentro la nostra esistenza, il Signore nella sua provvidenza ci dona “il meglio” e ci chiede di scuoterci dal torpore delle mezze misure per accoglierlo. Se pensiamo ai Santi, certamente non diremmo che abbiano avuto l’esistenza “migliore” possibile secondo i criteri del mondo. Pensiamo a santa Teresa di Calcutta, che ha passato decenni tra i lebbrosi, o al beato Pino Puglisi, che ha vissuto il suo ministero in uno dei quartieri più difficili di Palermo fino al martirio.
Queste persone non hanno cercato la vita migliore, ma il meglio della vita: quel meglio che hanno saputo vedere con gli occhi della fede anche in mezzo a realtà che il sentire comune non considera affatto invidiabili. E il meglio che hanno scoperto e scelto è il Signore Gesù, colui che ha il volto delle Beatitudini. Come scrive il poeta Christian Bobin: “La santità ha così poco a vedere con la perfezione che ne è l’assoluto contrario. La perfezione è la piccola sorella viziata della morte. La santità è il gusto forte della vita così com’è – una capacità infantile di rallegrarsi di ciò che è, senza chiedere nient’altro”.
Le Beatitudini, dunque, non ci presentano una vita che il mondo definirebbe desiderabile, ma ci indicano le orme su cui camminare per scoprire “il meglio” che è già dentro la nostra esistenza perché dono del Signore: il Regno dei Cieli, la consolazione, la sazietà di giustizia, la misericordia, la visione del volto di Dio. La mentalità del Vangelo è il coraggio di non fermarsi alla carta riciclata o alla povertà della confezione, ma di andare oltre fino a scoprire che il Signore prepara come dono una beatitudine dentro ogni circostanza.
Le Beatitudini sono il segreto per non restare “parcheggiati”: esse ci insegnano a riconoscere nell’essenziale, ovvero l’amore per Dio e per i fratelli, quel “meglio” che rende la nostra vita “la migliore” in ogni istante.
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