In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Il brano evangelico di questa quinta domenica di Pasqua riporta l’inizio del capitolo 14 del Vangelo secondo Giovanni. Per approfondire meglio ciò che il testo vuole comunicarci, è necessario fare un piccolo passo indietro al capitolo 13, dove si narra la cena di addio del Signore e il gesto della lavanda dei piedi. I discepoli, in particolare Pietro, sono confusi e non comprendono perché il Maestro abbia scelto di farsi loro servo; a tale smarrimento si aggiunge poi il turbamento per i due annunci di Gesù: il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. Infine, il capitolo si conclude con Gesù che comunica ai discepoli che resterà con loro ancora per poco. Tutta questa situazione genera un clima di profonda incertezza e timore: i discepoli probabilmente si domandano che cosa sarà di loro se il Maestro se ne va, perché lo abbiano seguito e che cosa stia realmente succedendo. Proprio in questo contesto, dove si parla persino di tradimento, Gesù si preoccupa di rassicurare i suoi, e il Vangelo di questa domenica esordisce proprio così: «Non sia turbato il vostro cuore».
Gesù, pur essendo prossimo all’arresto e al momento della sua Passione e crocifissione, rivolge ancora il suo cuore e la sua attenzione ai discepoli. Egli sa che sta arrivando un momento faticoso per loro e vuole rassicurarli. È un Gesù completamente rivolto “fuori”: non è preoccupato di se stesso, ma si occupa in anticipo degli altri, sapendo quanto sarà difficile quella prova per i discepoli che Lui chiama amici. E perché il loro cuore non deve essere turbato? Perché Lui va a preparare un posto. Mentre i discepoli fuggiranno per paura e si nasconderanno – per poi tornare a comprendere tutto solo sotto la guida dello Spirito dopo la Risurrezione – Gesù entra nella Passione scegliendo di viverla secondo quella mentalità che ha caratterizzato tutta la sua vita: l’amore per il prossimo e per il Padre. Egli sa bene che, nell’orizzonte umano, la morte è uno scoglio drammatico e insopportabile; per questo chiede ai suoi di cominciare a guardarla in modo diverso: non come la fine, ma come un compimento.
Il “posto” che Gesù va a preparare è la prospettiva di una relazione piena con Dio Padre. Il Signore ci rassicura: la vita non finisce nel nulla e la morte non ha l’ultima parola, perché Lui è capace di preparare un luogo dove possiamo stare con Lui sempre. Un posto che, tuttavia, non risponde alla logica dei “due cuori e una capanna”: Gesù, infatti, non dice «verrò a prenderti perché tu sia con me», ma parla alla comunità: «Verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Quindi il posto che Gesù prepara attraverso la sua morte e risurrezione è la possibilità di accedere pienamente alla nostra identità di figli, contemplando il Padre, e alla nostra identità di fratelli, riuscendo finalmente ad amare in modo totalmente gratuito ogni altro, proprio come ha fatto Lui. Questa è la prospettiva nuova che il Signore dona ai suoi in quel momento terribile, affinché possano guardare gli eventi imminenti con occhi diversi. E questa promessa non riguarda solo il domani, ma è un dono che il Risorto fa a ciascuno di noi oggi. A Tommaso, Gesù dice: «Io sono la via, la verità e la vita». Egli è la via, ovvero il modo attraverso il quale la nostra umanità comincia ad abitare già oggi il luogo relazionale preparato dal Signore con la sua risurrezione. Lo Spirito Santo ci abilita a vivere secondo la mentalità di Cristo, rendendo la nostra umanità sempre più simile alla sua e quindi orientata al domani preparato per noi.
La Gaudium et spes al n. 22 afferma: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. […] Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi […]. Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato”.
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