Nella progressiva esposizione della figura di Gesù e della sua missione, il Vangelo di Marco presenta, subito dopo la chiamata dei primi quattro discepoli, una giornata trascorsa a Cafarnao, con quattro episodi: l’insegnamento e la guarigione di un indemoniato nella sinagoga, la successiva guarigione della suocera di Pietro, le guarigioni avvenute di sera, poi la partenza per un luogo solitario. È una giornata memorabile, al punto da essere ricordata come la “giornata di Cafarnao”, in cui avviene il primo, esplicito riconoscimento del ruolo messianico di Gesù. Tutto si svolge in un villaggio praticamente sconosciuto: l’Antico Testamento non ne parla mai. È un villaggio piccolo, ma non troppo e neppure insignificante, dacché si trova sulla trafficata “Via del mare”, che andava dalle Piramidi a Damasco e oltre, e ha una sinagoga dove ci si raduna, di sabato, per la lettura e il commento della Legge e dei Profeti.L’attenzione dei presenti nella sinagoga si concentra sull’insegnamento di Gesù che desta meraviglia e sulla sua autorità, considerata una prerogativa del vero profeta. Si concentra nondimeno sulla sua decisa reazione al male, che si materializza attraverso il comando di guarigione su un indemoniato, abbruttito fin ad ora da una forza misteriosa. La sua guarigione viene descritta in rapide battute: all’ordine di Gesù segue la scomposta reazione dello spirito immondo. Questi è subito sovrastato dall’effetto della potenza della parola di liberazione di Gesù, che reintegra la persona nella piena salute fisica e libertà interiore. I presenti si accorgono subito che Gesù si pone come chi ha autorità: insegna legittimamente, con libertà e franchezza. Sentono di essere di fronte a qualcosa che mai hanno visto prima. Intuiscono di essere di fronte a una dottrina nuova, della quale percepiscono la forza e l’autorità. Ne rimangono stupiti e intimamente persuasi. Mentre gli scribi, gli interpreti delle prescrizioni religiose e le guide riconosciute dal popolo sono legittimati nel loro ruolo dalla fedeltà alla legge scritta e dai richiami ai grandi maestri del passato, Gesù fa appello a un’altra legittimazione, ovvero a se stesso. Egli ha piena coscienza di essere l’inviato definitivo, la sua autorevolezza viene da quello che fa e da quello che dice. La prova viene offerta dalla guarigione nella sinagoga. L’effetto del miracolo è immediato, come immediata si diffonde la fama che riguarda Gesù come persona autorevole in grado di sottomettere anche le forze a lui opposte. Le sue parole e i suoi gesti realizzano l’azione definitiva di Dio e ispirano l’azione della Chiesa. Dalla missione di Gesù deriva la fisiologia della missione, che deve realizzarsi con parole e gesti di speranza e di liberazione, senza i facili surrogati di una parola che diventa chiacchiera, oppure di un agire cieco e pragmatico che si svuota in un attivismo logorante, ma senz’anima. L’agire cristiano segue la missione di Gesù, ne condivide le caratteristiche e riporta e scoprire l’autorità insuperabile della sua parola liberante e di salvezza. Stare nella luce della missione di Gesù, interiorizzare l’armonica composizione degli aspetti emersi in questa pagina di Vangelo significa cogliere la profonda unità del ministero di Gesù. Ispirandosi ad esso, la vita del credente deve escludere il quietismo disimpegnato, da un lato, e l’attivismo fine e se stesso, dall’altro; e avere una visione armonica della proposta del Vangelo, senza polarizzarsi ora in un annuncio ridotto al suo momento verbale, ora in un’azione affaccendata e praticona.