Il potere della forza e quello dell’umiltà

“In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi”

| DI don Luca Albertini

Il potere della forza e quello dell’umiltà
Farisei ed erodiani hanno un intento preciso: “cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi”, per avere un pretesto per accusarlo e toglierlo di mezzo. L’intenzione viene mascherata dalla lode che precede la domanda: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. 
I farisei, che per l’occasione si alleano agli erodiani, con i quali non c’erano buoni rapporti, sapevano che se Gesù avesse risposto che è lecito pagare il tributo, avrebbe subito il forte contrasto del popolo di Israele che, capeggiato dai farisei stessi, era in aperto contrasto con il potere romano. Se avesse risposto che non è lecito pagare il tributo, avrebbe subito le ritorsioni degli erodiani, che invece erano immanicati con il potere romano dal quale prendevano denaro. La trappola era pronta!
Quanto è importante saper fare verità circa le intenzioni che abitano il nostro cuore e che muovono il nostro parlare e agire. È necessario stanare la malizia che abita il nostro cuore, che spesso ci fa guardare l’altro non tanto come un fratello o una sorella, ma piuttosto come “un nemico” da togliere di mezzo. Talvolta anche noi siamo capaci di progettare tranelli per attirare alla nostra posizione, per conquistare consensi, per mettere in luce il male degli altri affinché emerga la nostra presunta perfezione. 
La ricerca della Verità, che accade solo nell’incontro e nella relazione, viene soffocata dalla pretesa di affermare la nostra posizione per raggiungere ad ogni costo i nostri intenti. Probabilmente non si tratta di cose grandi, ma di piccole maschere che indossiamo magari sul posto di lavoro per fare qualche passo in più, oppure con i familiari per avere più tempo per noi stessi, o tra coniugi per cercare di spostare l’ago della bilancia verso la nostra ragione. Che cosa muove e quali fini hanno le nostre parole?
Gesù non si sottrae alla domanda e coglie l’occasione per compiere un gesto e donare una Parola che non hanno nessuna malizia ma che possono aiutare coloro che stavano cercando un pretesto per accusarlo a fare Verità nel loro cuore.
Prima di tutto Gesù chiede una moneta, quasi a dire: “Vedete, io non ho monete con me perché non attacco il cuore alle cose del mondo; voi invece le avete e volete tenervele strette, per questo chiedete a me se è lecito o no pagare il tributo a Cesare”. Un gesto forte che mette in luce ulteriormente che la loro domanda non era volta tanto alla ricerca della verità quanto ai loro interessi. 
Poi Gesù chiede: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Sulla moneta del tributo c’era infatti un’immagine e un’iscrizione. Su di un lato l’immagine di Tiberio Cesare rappresentato come Giove, dall’altro l’immagine di sua madre rappresentata come Giunone, la madre della pace. Cesare era il re divino che con la sua potenza e forza portava la pace. E poi da un lato vi era scritto: “Il divino Tiberio Cesare figlio del dio Augusto” e dall’altra: “Pontefice massimo”. Anche Gesù verrà definito re e avrà una sua iscrizione: sarà sulla croce, dove Pilato farà scrivere “Gesù Nazareno, re dei giudei”.
Due immagini del potere: il potere del mondo e quello del Signore; da una parte il potere della forza, dall’altro quello dell’umiltà; da una parte la brama di conquiste, dall’altra il dono di sé fino alla fine, fino alla morte di croce. Gesù dice: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A quale potere vogliamo rendere la nostra vita? Al potere della mentalità del mondo che cerca sempre la conquista di cose e consensi, ma ci consuma dentro la pretesa di avere? Oppure al Signore Dio che si offre a noi affinché possiamo accogliere la sua stessa vita eterna? 
A chi rendere la vita se non a colui che ce l’ha donata? Siamo nati per un atto di amore: la nostra esistenza non è una semplice combinazione biologica, ma un atto dell’amore e della volontà di Dio. Siamo chiamati a usare le cose del mondo nella misura in cui ci aiutano a fare un passo in più nell’amore per Dio e per i fratelli; tutto il resto ci rende schiavi, tutto il resto ci chiede un tributo alto e disonesto, promette potere ma ci rende schiavi.
Sulla moneta è impressa l’immagine dell’imperatore, ma nell’intimo di noi stessi è impresso il sigillo stesso di Dio Padre. Restituiamo allora a Dio ciò che gli appartiene da sempre: non solo le nostre parole o qualche devoto adempimento, ma la nostra intera vita, la nostra dignità, la nostra libertà e la verità più profonda del nostro cuore. Rendere a Dio la propria vita significa lasciarsi amare da Lui e ritrovare così la vera pace.

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