Un giorno un vescovo era nella sua cattedrale attorniato da centinaia di giovani. Iniziò la sua meditazione con la seguente domanda: «Carissimi, sapete dirmi qual è la parte più importante di una chiesa?». Tutti rimasero qualche istante in silenzio, pensando alla risposta corretta. Timidamente un giovane alzò la mano e disse: «L’altare». Bravo, rispose il vescovo, l’altare è un elemento fondamentale della chiesa, ma non è la risposta giusta. Una giovane disse: «È la croce». «Brava» disse di rincalzo il vescovo, «la croce è il simbolo centrale della nostra fede, ma non è la risposta esatta». Altri giovani poi risposero: «La sede episcopale», «l’ambone», «il presbiterio», «il fonte battesimale». Il vescovo li lodò tutti, ma non era soddisfatto delle loro risposte. Ad un certo punto, quando sembravano esaurite le risposte, un giovane esclamò: «Eccellenza, la porta». «Bravo – rispose il vescovo – la porta è l’elemento più importante di una chiesa. La si attraversa per entrare, e qui amare Dio. La si attraversa poi per uscire e, giunti fuori, per amare il prossimo». La provocazione del vescovo fece centro.La porta di una Chiesa ha già di per se stessa una valenza simbolica fortissima e va ben oltre l’essere un mero luogo di ingresso nell’aula dedicata al culto. I portali di chiese realizzati in forme monumentali con materiali di pregio e abbellite da sculture o pitture che raffigurano scene della storia della salvezza, rendono ancora più evidente il significato che essa ha, conducendo inevitabilmente, per trovarne la fonte simbolica e la ragione primigenia, alla metafora uscita dalla bocca di Gesù: «Io sono la porta». Tale proclamazione che Gesù fa di se stesso, è incastonata nella nota parabola del “buon pastore”. Gesù ha di fronte a sé i farisei. Fa arrivare agli ascoltatori un messaggio forte, riflettendo sulle opposte modalità con cui ci si rapporta al gregge-popolo di Dio: Lui è l’unico ed esclusivo buon pastore. Diverso dai pastori falsi, i quali nel momento di difficoltà se la danno a gambe, abbandonando il gregge in mano a ladri o predoni rapaci.L’evidenza di quanto Gesù sta dicendo si rende più convincente con il linguaggio della parabola, che notoriamente è incisivo e va a fissarsi nella memoria per lunghissimo tempo. Tale parabola è resa ancor più comprensibile agli ascoltatori dallo sfondo assai familiare nella vita palestinese, in cui era normale vedere un gregge passare per strada e magari, camminando, passarci anche in mezzo. In tale contesto tutti conoscevano la prassi serale dei pastori: all’imbrunire portavano il gregge dentro un recinto per trascorrervi la notte. Un recinto comune serviva generalmente a diverse greggi. Il mattino dopo, ciascun pastore gridava il suo inconfondibile richiamo e le pecore, riconoscendo la voce del padrone, andavano senza esitazione dietro al loro padrone, per essere condotte al pascolo.Gesù si presenta ai suoi contemporanei come la porta aperta di Dio. Tale porta è spalancata per gli ultimi, gli esclusi, i peccatori e i lontani. I falsi pastori hanno fatto di tutto per chiudere la porta della salvezza, mettendo Cristo sulla croce. La risurrezione ha spalancato definitivamente quella porta, per far sì che tutti possano entrare nella beatitudine di Dio. La sua promessa «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» è valida, sempre. È un messaggio di speranza soprattutto per le persone che sperimentano porte chiuse o porte sbattute in faccia o porte rese inaccessibili, magari con la giustificazione che tali chiusure sono in nome di Dio. Lui, invece, è la porta sempre aperta: se la attraversiamo potremo amare Dio e amare il prossimo.