Gesù ci dona la sua vita che trasforma la nostra

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»

| DI don Luca Albertini

Gesù ci dona la sua vita che trasforma la nostra
Giovanni 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Probabilmente il pane è sempre meno presente sulle nostre tavole, sostituito da altri prodotti magari più dietetici o, forse, dotati di più conservanti, ma comunque rimane ancora il simbolo principale del cibo. Quando si parla di fame, vi si associa subito il bisogno di pane, come prodotto simbolico che raccoglie in sé tutti gli alimenti. Ma è anche l’immagine dell’amicizia: non a caso si parla di “condividere il pane”. E parlando di pane si attiva immediatamente la nostra memoria, in particolare quella olfattiva, che ci riporta al panificio dove andavamo da bambini con il papà o la mamma, alla via che percorrevamo per andare a scuola e che ogni mattina era riempita dal profumo del pane appena sfornato, o a qualche gita dove non si vedeva l’ora di arrivare per mordere il panino ben farcito dal salumiere del paese. Forse, però, qualcuno ricorda ancora il tempo in cui il pane mancava, quando le ristrettezze economiche costringevano a tirare avanti con poco e ad andare a letto con il brontolio dello stomaco.
Quando parliamo di pane parliamo, insomma, di vita: cioè di storia, di ricordi, forse anche di nostalgie, di tavola, di convivialità, di condivisione, di fame, di bisogno, di relazioni. Forse è proprio perché attorno al pane si muove un orizzonte così ampio di significati che Gesù sceglie questa poca farina mescolata ad acqua e lievito come cibo in cui consegnarci il suo Corpo e il suo Sangue, cioè la sua stessa vita. E forse lo fa anche per aiutarci a non dimenticare che, nonostante il pane sfami la pancia e profumi di buono, domani è già secco e indurito, e dopo qualche giorno ammuffito. 
Il Signore ci invita ad alzare lo sguardo a Lui, che è un pane diverso: viene dal Cielo, è fatto di farina e di qualcos’altro, è impastato da mani umane ma “un Dito” lo ha raggiunto e toccato. È un pane che non perde il suo sapore e la sua fragranza perché è lo stesso Signore Gesù che, in quel pane, ci dona la sua vita che trasforma la nostra, la modella secondo i suoi lineamenti: ci fa incontrare, amare, perdonare, rialzare, come faceva Lui. 
Se vivremo la processione durante questo Corpus Domini, se insieme ci incammineremo per le strade dei nostri paesi con i bambini pronti a spargere petali di fiori in onore del passaggio del Santissimo Corpo di Cristo, saremo lì perché vogliamo affermare di voler portare nelle strade del mondo, attraverso la nostra vita, il profumo e la fragranza di quel pane. Le persone, infatti, hanno bisogno di un pane che riempia la pancia, ma anche di un pane che non perda mai la sua freschezza. Il cristiano è colui che, cibandosi del Corpo di Cristo e lasciandosi trasformare da esso, per amare sempre più come il Signore ci ha amati, mantiene viva la fragranza dell’Eucaristia nell’incontro con i fratelli e le sorelle.
Camminare in processione lungo le vie dei nostri paesi, nei luoghi frequentati abitualmente dall’andirivieni delle nostre corse finalizzate a fare e produrre, assumerà allora un significato profondo. Significherà esprimere la nostra disponibilità a farci vicini a chi ha bisogno, annunciando che siamo disposti a camminare lentamente, insieme, gli uni accanto agli altri. Camminare pregando e lodando Dio significherà affermare che desideriamo fare della nostra vita un continuo rimando a Lui, che è Padre e dà la vita. Accompagnare l’Eucaristia per le strade vorrà dire annunciare che siamo convinti che Dio è per tutti e che quindi non possiamo chiuderci nei nostri luoghi ma che dobbiamo andare per annunciare il Vangelo e per accoglierlo da chi incontreremo. Significherà, infine, uscire dalle case e riaffermare che la via, dove la gente passa, è l’ambiente naturale di vita del cristiano, proprio come venivano chiamati i credenti nel libro degli Atti (9,1-2: “Saulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via”).
Il pane è fatto di tanta farina, molta acqua e pochissimo lievito. La solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ci ricorda che siamo chiamati a essere lievito nei luoghi che abitiamo, attraverso il dono del nostro tempo, soprattutto per aprirci all’ascolto silenzioso delle domande di quanti incontriamo. A noi non è chiesto di decidere la farina in cui essere gettati come lievito, ma “semplicemente” di dare la nostra disponibilità al Signore per essere da Lui impastati.

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