Gesù ascende al cielo ma la storia non finisce

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

| DI don Luca Albertini

Gesù ascende al cielo ma la storia non finisce
Matteo, 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
“E vissero per sempre felici e contenti”: così si concludono solitamente le favole. Perché terminano in questo modo? Un primo motivo è che vogliamo comunicare speranza ai bambini, aiutarli ad avere fiducia nel fatto che le cose possano anche andare storte e che si possa incontrare il “cattivo” di turno, ma che alla fine il bene trionfi. C’è poi un secondo motivo che riguarda il cuore dell’uomo: la ricerca della felicità. Tutti noi cerchiamo una vita che possa essere bella, e non solo per un momento, ma per sempre. Le favole raccolgono i desideri più profondi del nostro cuore: la sconfitta del male, la vittoria del bene e la risoluzione di tutte le storture della vita.
Passano gli anni e ci accorgiamo che le favole non sembrano più rispecchiare la realtà. E infatti, un’espressione tipica che usiamo è: “non credo più alle favole”, oppure, per sottolineare l’ingenuità di qualcuno diciamo: “crede ancora alle favole!”. La complessità delle vicende quotidiane, ciò che accade in noi o in chi ci sta vicino, ci mette davanti a una realtà che sembra smentire tutto: non è vero che alla fine va sempre tutto bene, non è vero che il male è sempre sconfitto e non è vero che si può vivere per sempre felici e contenti. Smettiamo di credere alle favole e cominciamo a credere solo nell’“io”: io devo cavarmela, io posso risolvere tutto, io ho le competenze, io conosco come vanno davvero le cose, ecc.
È certamente positivo non perdersi più, troppo a lungo, in fantasie di draghi, fate e spade magiche, il punto, però, è che finiamo per nascondere anche quell’anelito di felicità e di speranza che emergeva dai racconti delle favole. Guardando la realtà solo a partire dai mezzi umani, rischiamo di diventare tristi, pessimisti e polemici.
La solennità dell’Ascensione che celebriamo oggi ci consegna la conclusione della vicenda storica di Gesù che, tuttavia, non è una fine definitiva. La sua vita non è una favola e non termina con il trionfo classico dell’eroe che uccide il drago e i cattivi. Gesù vince lasciandosi inchiodare sulla croce; vince amando oltre ogni misura, persino i nemici. E dopo non va in un castello magnifico, ma nella tomba e scende agli inferi. Eppure la storia non finisce: risorge e si ripresenta vivo ai suoi, che gioiscono nell’incontrare di nuovo il loro Maestro. Ma ancora non è finita: ascende al cielo e si sottrae alla loro vista. Se n’è andato, parrebbe, ma ecco l’ultima parola: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
L’alternativa alle favole non è un io che presume di fare tutto da solo. Un io del genere finirebbe per vivere il presente nell’ansia continua, schiacciato dalla paura della fine. Ci è stata donata invece una testimonianza che parla di un Signore che ha vinto la morte e ci ha aperto una vita che non ha fine. Se la favola rimane un racconto che mette in luce i desideri di bene del cuore, la fede è una Persona che si avvicina a noi per realizzarli.
Come i discepoli, anche noi siamo mandati ad annunciare il Signore, con la responsabilità di dire ad ogni persona che Dio è Padre. E come possiamo testimoniare chi è Dio se non cercando di vivere quel modo di essere uomini e donne che ci ha mostrato Gesù che è possibile accogliendo la potenza dello Spirito? È così che riveliamo di essere fratelli e sorelle dell’unico Padre misericordioso, l’Abbà invocato da Cristo.
Pensando a tutto questo, mi tornava alla mente un episodio di qualche anno fa, la Domenica delle Palme del 2017, quando due violenti attacchi di fondamentalisti colpirono la comunità cristiana copta in Egitto. Intervistata pochi giorni dopo l’attentato, la moglie di una delle vittime invocò da Dio il perdono per quanti avevano assassinato il marito, perdonandoli lei stessa. Dopo questa testimonianza Amr Adeeb, uno dei giornalisti più noti in Egitto, di religione musulmana, fece una lunga pausa di silenzio e poi affermò: «I cristiani sono d’acciaio. Da centinaia di anni sopportano atrocità e disastri, eppure amano profondamente questa terra, offrendo tutto per la salvezza di questa nazione. Ma soprattutto, quanto è grande la loro capacità di perdono. Se i vostri nemici sapessero, non ci crederebbero. Se fosse stato mio padre, avrei mai potuto dirlo? Questa è la loro fede. Questa gente è fatta di una sostanza diversa».
Siamo chiamati ad essere di quella stessa “sostanza”, che è l’umanità di Cristo, che mostra come la nostra fede, pur non essendo una favola, consenta veramente di vivere oggi in modo fraterno, gustando un anticipo di ciò che sarà la felicità piena nel Regno di Dio.

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