Ci sono sere in cui il mondo sembra accorciarsi, in cui la pianura veronese e la savana africana sembrano non essere così̀ lontane. È quello che abbiamo vissuto lo scorso 30 maggio a Dossobuono, in occasione della straordinaria mostra dello scultore Ivan Klapež. Chi ha varcato la soglia dell’esposizione non ha trovato solo la bellezza immortale del bronzo e delle forme drammatiche e plastiche modellate da Ivan; ha respirato una storia profonda, fatta di radici condivise, di fede e di un amore immenso per gli ultimi. Guardando quelle sculture capaci di dare anima alla materia, il pensiero è volato inevitabilmente a migliaia di chilometri di distanza, nel cuore della Tanzania, dove l’arte di Ivan ha trovato la sua espressione più monumentale e sacra. È stato proprio lo scultore, infatti, a progettare l’architettura della grande chiesa parrocchiale Santa Teresa di Calcutta di Luhindo a Dakawa, che la scrittrice Amy Dempsey riprenderà nel suo libro Destination art. Ma il contributo di Ivan non si è fermato ai muri e ai tetti: le sue mani hanno dato vita allo splendido altare, alle statue e ai rilievi sacri in bronzo che oggi ne ornano l’interno, così come alle altre sculture collocate nel giardino della nuova missione. Vedere queste opere d’arte d’avanguardia europea svettare fiere e proteggere la preghiera dei pastori Masai, dove prima c’era una piccolissima capanna fatta di giunchi, fa capire come la bellezza possa farsi rifugio, dignità e speranza per un popolo intero.
Ma per capire Luhindo, bisogna capire l’uomo che ne custodisce le anime, ovvero Dražan Klapež, fratello di Ivan. Parlando di suo fratello, Ivan dice: «Mio fratello Dražan è un sacerdote-contadino (svecenik-težak)». Ed è proprio così. Chi ha avuto il privilegio di stringere la mano a padre Dražan sa che quelle mani raccontano una storia incredibile. Nato in Croazia, è arrivato in Tanzania nel lontano 1982, pochissimo tempo dopo la sua ordinazione sacerdotale. Era un giovane prete pieno di entusiasmo, e da allora non se n’è più andato. Ha speso più di quarant’anni della sua vita nella savana, nel bush (boscaglia, ndr) più isolato, in mezzo alle capanne di fango, condividendo in tutto e per tutto la vita difficile dei Masai. Padre Dražan unisce da sempre l’annuncio del Vangelo al lavoro manuale: sale sui trattori, scava la terra per creare laghetti artificiali e canali di irrigazione, insegna alla popolazione locale a coltivare il riso e i girasoli per sconfiggere la fame, e sfida la siccità della steppa per dare da bere a chi non ha nulla. Accanto alla parola di Dio, ha seminato opere concrete che stanno cambiando il destino di un popolo. Oltre alla magnifica chiesa di Luhindo e ad altre cappelle, la missione ha dato vita a scuole e asili dove i bambini Masai possono studiare anziché essere mandati subito a pascolare il bestiame, a corsi di alfabetizzazione per le giovani madri e a un reparto maternità fondamentale che oggi salva la vita a decine di donne e neonati, riducendo una mortalità che prima faceva piangere troppe famiglie.
Questo immenso lavoro sul campo si sostiene grazie a una rete internazionale di solidarietà, all’interno della quale una parte importante è legata proprio al territorio veronese. Un ponte di aiuti concreti che padre Dražan ci tiene sempre a ricordare: «Portare avanti la missione richiede molte energie, ma la certezza più grande è sapere di non essere soli. Poter contare sul supporto economico e sulla vicinanza umana di chi ci segue da Verona è fondamentale. Penso al Gruppo Pedrollo, alla famiglia Ferron, a Tullio Dal Dosso e ai tanti amici veronesi: il loro aiuto e il loro affetto costante sono il motore che ci permette di continuare a lavorare con speranza per questa comunità». La mostra di Dossobuono è stata la conferma di questo legame indissolubile. C’è un filo rosso che parte dalle mani di Ivan che modellano la materia a Londra e in Europa, passa per la generosità della nostra terra veronese e arriva fino alle mani contadine di padre Dražan, che in Tanzania coltiva speranza e riscatto.