Dalla posa della prima pietra, nel gennaio 1986, sono passati quarant’anni, ma il ricordo dell’esperienza straordinaria che ha portato alla costruzione dell’ospedale Carlotta a Tite, nella regione del Quinarà, in Guinea-Bissau, è vivo in quanti l’hanno vissuta e in chi nei decenni successivi ne ha condiviso il progetto.
Tutto nacque grazie a Carlotta, una bambina che, per un male incurabile, se ne andò troppo presto, nel novembre del 1980, a soli 9 anni. Dal letto in ospedale la piccola pensava non tanto a sé quanto ai coetanei che morivano in Africa di fame: di fronte alle immagini strazianti che la televisione trasmetteva dal Biafra, esprimeva il desiderio di aiutarli e di alleviarne le pene. Un desiderio che il papà, Andrea Gamba, direttore di una nota azienda veronese, fece proprio e condivise con alcuni stretti amici e con don Renzo Zocca, allora curato a S. Pietro apostolo, che aveva conosciuto Carlotta quando si stava preparando a ricevere la Prima Comunione: «Ricordo – esordisce don Renzo – quando partecipava, attenta e vivace, alla Messa domenicale per bambini nel teatro parrocchiale. La sua breve ma intensa vita testimonia come da una sofferenza immensa e da un dolore indicibile possa sbocciare una storia d’amore capace di donare gioia, di unire persone appartenenti a contesti diversi e di coinvolgere anche molti giovani che, a proprie spese, raggiunsero Tite e diedero una mano alla missione».
Il Centro missionario di Verona li indirizzò verso la Guinea-Bissau, in cui operava il veronese mons. Settimio Arturo Ferrazzetta, che del Paese divenne il primo Vescovo. Si avviarono i contatti con padre Salvatore Camilleri, sacerdote del Pime, alla guida della missione di Tite, e per conoscere da vicino quella terra, nel gennaio 1984 partì il primo gruppo formato da Andrea Gamba, don Zocca, allora parroco di S. Maria Maddalena, Piero Fazzini, Giuseppe Cobelli, Alberto Rizzati e Giovanni Pighi. Da subito si provvide a dotare la missione di una cisterna, di una pompa per il pozzo e di un gruppo elettrogeno, ma nello stesso tempo si delineò il progetto di costruire un ospedale che si prendesse cura soprattutto di donne e bambini. Fondamentale il ruolo del capomastro Novello Ferrari, che si recò a Tite a più riprese per predisporre con alcuni giovani del luogo il cantiere e porre le fondamenta del fabbricato. Da Verona iniziarono a partire con entusiasmo gruppi di volontari e pure i container. Reperire tutti i materiali in Guinea-Bissau era infatti impensabile e allestire i container richiedeva una attenta programmazione. Di questo si occupava personalmente Andrea Gamba, ricorda la moglie Mary, scomparso nel 2008.
L’11 agosto 1988 venne inaugurato l’Ospedale Carlotta, costituito da 3 corpi per una superficie coperta di 1.254 mq, destinato alla maternità, alla neonatalità e alle emergenze epidemiologiche. Impossibile menzionare, senza dimenticarne qualcuno, tutti i volontari, consacrati e laici che da Verona ma anche da altre città, in questi quarant’anni hanno contribuito a concretizzare il sogno di Carlotta, ma di uno è doveroso fare memoria: Gino Ambrosi, per tutti Nonno Gino, il factotum della missione, a cui si deve la realizzazione del liceo a lui intitolato. Amò così tanto Tite che lì concluse i suoi giorni. Ma il Gruppo Amici di Tite, che si appoggia all’Associazione Rete Guinea Bissau, guardò, e tuttora guarda, sempre avanti; seguirono altri interventi nell’ambito dell’istruzione (asili e scuola elementare), della formazione, dell’agricoltura e dell’allevamento: sono i frutti del seme gettato da quel piccolo angelo.
Dal 1984 ad oggi, tanto è stato realizzato a Tite, dichiara a nome degli Amici di Tite Attilio Mazzotto, volontario che per più di 20 anni ha frequentato la missione e ne mantiene tuttora i contatti, «ma tanto rimane ancora da fare e, come quando ci si avventura per le impraticabili strade guineane, bisogna armarsi di pazienza e tenacia».