Don Luciano "debutta" a Bosco di Zevio

La prima Messa del sacerdote nella sua nuova parrocchia

| DI Alberto Margoni

Don Luciano "debutta" a Bosco di Zevio
«Vorrei essere in mezzo a voi uomo e credente con voi». Questo l’auspicio espresso da don Luciano Mario Ferrari il 1° maggio scorso al termine della Messa di ingresso nella sua nuova parrocchia di Bosco di Zevio, facendo riferimento al brano evangelico proposto dalla liturgia nella memoria di san Giuseppe Lavoratore, dove emerge la figura umana di Gesù con i suoi concittadini che si interrogano sulla sua famiglia. L’annuncio della Parola si innesta «nelle storie personali, nella centralità di ogni persona, nella qualità delle relazioni. Lì la Parola diventa viva, feconda e rianima il nostro cammino quotidiano, per quanto possibile in linea con chi mi ha preceduto (don Sergio Carrarini, deceduto il 27 novembre 2025 all’età di 80 anni, ndr) che mi è stato amico, testimone di fede e di vita. Chiedo al Signore che mi doni il suo Spirito e la sapienza del cuore». Nato a Verona 71 anni fa, originario di Illasi, prete dal 1979, don Ferrari dopo 13 anni come curato in tre parrocchie, è stato parroco di San Matteo Apostolo, poi di Poiano e infine di San Mattia e ha sempre avuto una particolare attenzione e cura pastorale per le persone più fragili. È stato infatti per sette anni cappellano del carcere, per otto dell’Ospedale Santa Giuliana, per un triennio assistente del Centro diocesano aiuto vita, inoltre dal 2018 è consigliere spirituale de “La Nostra Casa” e dal 2020 della Società San Vincenzo de Paoli.
Nella sua omelia il vescovo Domenico Pompili, che nella piccola chiesa di Bosco di Zevio gremita di fedeli ha presieduto la solenne Eucaristia concelebrata da tredici presbiteri e con il servizio di due diaconi permanenti, si è soffermato sulle trasformazioni che riguardano il lavoro, non più connesso con la creazione, con ciò che è fecondo e vitale, ma sempre più intrecciato con la guerra. «Sembrerebbe quasi che il lavoro oggi sia finalizzato soprattutto a eliminare, a distruggere, a seminare morte. E questo non è difficile immaginarlo pensando a quello che sta accadendo – ha commentato –. Un’economia che sembra essere intrecciata a doppio filo con l’idea di ricostruire quello che si è distrutto fa nascere qualche domanda». «Viviamo una stagione – ha continuato il presule – in cui impercettibilmente, 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, forse anche noi ci stiamo abituando all’idea che riarmarsi in funzione, per così dire, difensiva è quasi inevitabile, ma quando arriviamo a queste conclusioni vuol dire che abbiamo già in qualche modo perso il senso dell’orientamento». Induce a riflettere il fatto che l’Italia, così come altri Paesi, abbia incrementato le spese per la difesa militare. «Se è vero che il 2,5% del Pil viene destinato a riarmarsi c’è qualcosa che non va perché quel 2,5% del Pil significa tanto in termini di altre possibilità, come la salute, la scuola, le infrastrutture. Altro che per la guerra e per distruggere e distruggerci! Ecco perché il lavoro oggi sembra più intrecciato con la guerra che con la pace. Ed è per questo che dobbiamo essere capaci di ritornare invece a ciò che è specifico del lavoro umano», il monito di Pompili. Esso «è un’opera di trasformazione della realtà, ma nella direzione della vita, dello sviluppo per tutti, nessuno escluso». Occorre quindi «superare quella logica da impero del denaro che sta portando impercettibilmente anche le nostre democrazie a scelte che chiedono continuamente di combattere guerre» che si prolungano indefinitamente per anni seminando morte e distruzione. Per questo «una parrocchia ha da essere una scuola di pace, uno spazio e un tempo nel quale alleniamo la nostra mente a questo diverso modo di vedere la realtà che solo la Parola di Dio ci fa in qualche modo riscoprire. Voi avete avuto per tanti anni una guida come don Sergio che vi ha educato all’ascolto paziente della Parola, in particolare dei salmi. Ecco, tu, caro don Luciano, devi continuare in questa forma di educazione alla fede attraverso questo ascolto lento, prolungato, innocente della Parola che ci aiuti ad introdurre altre maniere di intendere la vita e nella vita questo aspetto così decisivo che è il lavoro» con il quale l’uomo collabora alla creazione stessa di Dio.
Al termine della concelebrazione Licia Marchesini, rappresentante della parrocchia, ha ringraziato il Signore per il dono del nuovo parroco: «Gli hai donato un cuore capace di ascolto, degli occhi attenti ai bisogni di ciascuno e mani pronte alla condivisione. Rendi anche noi disponibili al suo fianco, aiutaci a camminare insieme, a sostenere nella fatica l’avvenire di tutti perché questa parrocchia sia casa aperta, famiglia che prega, serve e spera. Padre nostro, accompagna i suoi passi tra noi».
Paola Conti, sindaco di Zevio, rivolgendosi al nuovo parroco ha evidenziato che quella di «Bosco è una comunità generosa e operosa con associazioni che sono al servizio del territorio per puro spirito di volontariato. A nome di tutta l’Amministrazione comunale garantisco massima disponibilità, collaborazione e sostegno per affrontare e condividere tutte le sfide che i tempi ci pongono davanti. Il tuo lavoro e quello dell’amministrazione mirano al bene della comunità. Lavorare insieme per i giovani, gli anziani, i fragili e le famiglie è il nostro obiettivo condiviso. Ti auguriamo un ministero ricco di gioia e di incontri significativi e ti ringraziamo per aver accettato di guidare questa parrocchia».

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