In cima all’Himalaya a contemplare il Cielo

Un gruppo di escursionisti veronesi accompagnati da un prete

| DI Massimiliano Ferroni

In cima all’Himalaya a contemplare il Cielo
Don Michele De Santi, 53 anni è parroco di Bure, insegnante di religione e direttore del Gris (Gruppo ricerca e informazione socio-religiosa). Appassionato alpinista fin da ragazzo, alla partenza di questa avventura ha infilato nello zaino la stola che ha sfilato in vetta per impartire la benedizione a tutti; ha accompagnato il cammino anche con la celebrazione della Messa e la disponibilità al dialogo
Quando si dice Everest la nostra immaginazione si accende. La montagna più alta del mondo con i suoi 8.848 metri è certamente un simbolo di audacia, difficoltà e superamento dei limiti umani, rappresentando la sete di avventura ed esplorazione, essendo un luogo di grande rischio e mistero, simboleggiando al contempo la fragilità umana di fronte alla grandezza della natura e alla potenza del creato. Ed ecco che anche solo l’opportunità di vederlo dal vivo arrivando alla sua base diventa un’occasione unica per una persona che ama la montagna e la sua metafora di vita. Una metafora potente della vita che simboleggia la crescita personale, la sfida, la trascendenza e la ricerca di sé, insegnando a superare limiti, ad affrontare difficoltà passo dopo passo e a valorizzare l’essenziale, una esperienza che riflette il nostro percorso individuale con i suoi ostacoli (freddo, fatica, ricerca della via) e le sue ricompense (panorama, consapevolezza dei propri mezzi, soddisfazione che si ha quando si raggiunge la cima). 
È con questo spirito che un gruppo di venti veronesi amanti della montagna ha intrapreso l’affascinante trekking per raggiungere la base della montagna più alta del mondo, per la precisione raggiungere una piccola cima (si fa per dire) di 5.650 metri: il Kala Pattar. Un punto particolarmente panoramico per poter godere della vista del re dell’Himalaya. A questa avventura ha partecipato anche don Michele De Santi che, con il suo proverbiale buonumore, ci ha anche permesso di vivere due settimane accompagnati dai sacramenti. 
In un territorio profondamente buddista ha celebrato Messa in alloggi spartani in alta quota, lo abbiamo visto confessare in spagnolo un escursionista messicano e indossare i parametri sacri sulla cima del Kala Pattar malgrado in quel momento il vento forte, il freddo e la carenza di ossigeno dovuta alla quota rendessero la cosa difficile. Tutti gli siamo stati molto grati, soprattutto alcuni di noi che sono soci della Giovane Montagna di Verona; un’associazione che fa dei principi cristiani uno dei fondamenti miranti alla crescita dei valori umani e spirituali attraverso la crescita personale e comunitaria. Dell’associazione, oltre al sottoscritto, era presente anche il presidente Alessandro Giambenini e il figlio Fabio. Molti dei partecipanti sono assidui frequentatori della montagna come il noto Beppe Pighi con la moglie e il figlio Zeno; c’erano anche Andrea e Simonetta Albertini, gestori del rifugio Monte Tomba, che purtroppo non hanno potuto cucinare lassù nei Lodges i loro gustosissimi piatti della Lessinia... 
Particolarmente significativa la presenza della famiglia Quaratino e di Maurizio che hanno ricordato nelle terre alte la prematura scomparsa dei loro figli. L’ambiente è imponente e contornato di altissime e ardite cime innevate; un luogo che durante il trekking ci ha permesso di ammirare boschi di alberi di rododendri, gli stessi che sul monte Baldo sono solo magnifici arbusti colorati. Indimenticabili i numerosi lunghi ponti tibetani che superano i ruggenti torrenti di fusione dei grandi ghiacciai. Un territorio in alta quota impervio, ma punteggiato di piccoli stupa e monasteri buddisti coloratissimi. Di fronte a tanta bellezza del creato il senso del divino diventa immanente e le popolazioni sentono la necessità della preghiera: infatti non è raro incontrare sherpa che pregano e innumerevoli sono i cilindri (chokhor) che, ruotando in senso orario, diffondono con il vento mantra e preghiere. 
La compagnia degli avventurosi veronesi è stata ottima e affiatata e il ricordo resterà lungo la valle del Khumbu. Fatica inasprita dalla quota elevata che per un paio di giorni è stata costantemente più elevata della cima del monte Bianco! Quindi non sono mancati anche momenti di respiro affannoso. Superati con calma, pazienza e meritato riposo. Un passo lento e costante che paga, “Pole pole” come dicono i portatori in alta quota sul Kilimangiaro, ma questa è un’altra storia!

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