Un legame secolare tra la Chiesa di Verona e i domenicani, pure nella forma del terziariato che ancora coinvolge vari veronesi. Ne abbiamo parlato con fra Massimo Mancini, domenicano, professore di Storia della Chiesa nella Facoltà Teologica del Triveneto e da cinque anni postulatore generale dell’Ordine. Ci racconta dalle origini: «Nel 1220, a soli cinque anni dalla fondazione della prima comunità a Tolosa, si forma a Verona il primo, piccolo convento del nostro Ordine dei Predicatori. In pochi decenni c’è un grande sviluppo: soprattutto studenti e professori chiedono di essere accolti nel nostro Ordine; mentre i cittadini ci aiutano con generose offerte. Così nel 1260 comincia l’edificazione di un nuovo, grande insediamento nel centro di Verona: quella che sarà la splendida chiesa di Sant’Anastasia – anche se il nome ufficiale è San Pietro Martire –, con l’annesso convento dei frati. In parallelo, sorge un monastero di monache contemplative domenicane e più tardi se ne aggiunge un secondo. Ma dal Quattrocento, nella stessa diocesi, iniziano le presenze dei domenicani anche a Legnago, con un convento abbastanza grande, e a Soave, con una comunità di pochi frati. La presenza a Verona si interrompe con il governo napoleonico che nel 1810 sopprimerà tutti gli ordini religiosi. Tuttavia nel 1863, negli ultimi anni del dominio austriaco, i frati domenicani riescono a ritornare, risiedendo non più a Sant’Anastasia ma nell’ex monastero delle monache: però, col passaggio del Veneto all’Italia nel 1866, entrano in vigore anche qui le leggi italiane che sopprimono gli ordini e così, requisito il convento, termina anche questa effimera, seconda comunità a Verona». Legame indissolubile tra la diocesi scaligera e i domenicani è il compatrono (poco conosciuto) san Pietro da Verona, spesso chiamato san Pietro martire: «Nato in una famiglia non cattolica, si converte e conosce a Bologna san Domenico, che lo accoglie nell’Ordine dei Predicatori. Noto ed efficace predicatore in diverse città d’Italia, fra cui Firenze e Milano, assume anche l’incarico di inquisitore, negli anni della lotta fra gli eretici catari e i cattolici. Nel 1252, viaggiando da Como a Milano, viene accoltellato e ucciso da un sicario: con le sue ultime forze prima della morte, con il proprio sangue scrive su una pietra il verbo “credo”. Un punto sempre attuale è quello della sua generosa dedizione alla Verità: di fronte agli eretici che affermavano l’esistenza di due divinità, del bene e del male, e che negavano il valore di qualsiasi realtà materiale, Pietro testimoniava che Dio, creatore dell’universo, ha voluto farsi uomo per salvare l’umanità pur rimanendo Dio. La creazione è buona e va tutelata; Dio ci ama e con la sua grazia ci rende simile a Lui. Questa è una risposta attualissima anche alle inquietudini delle persone del nostro tempo». Continuando a parlare di carisma tradizionale e missione contemporanea aggiunge: «Da otto secoli i domenicani, in molti modi diversi, coltivano negli uomini il desiderio di conoscere la Verità, quella che ci rende liberi, che è il Signore Gesù. Per noi, lo studio assiduo serve a portare umilmente, tra le contraddizioni di questo mondo, una parola di verità che conforta, dà senso ai dolori dell’umanità e le mostra una speranza, ben fondata sulla parola vera di Dio». Proprio il rapporto tra fede e cultura è un ambito importante di testimonianza: «La fede autentica, per non essere una sterile illusione, deve attuarsi nella vita, in un modo coerente con la ragione umana ben formata, che è un grande dono di Dio. C’è una profonda armonia tra la ragione dell’uomo e ciò che Dio, mediante la sua Chiesa, propone alla nostra intelligenza. A mio avviso, proprio questo è la cultura: tradurre in un linguaggio adatto ai tempi e alle sensibilità quella eterna Verità che tutto anima e sostiene».
Prima di concludere chiediamo a fra Massimo pure alcune considerazioni su due ambiti particolari del suo ministero; il primo è quello del suo essere postulatore generale dell’Ordine: «Io ho la responsabilità di portare avanti in tutto il mondo le numerose cause di beatificazione e canonizzazione dei nostri frati, di fronte alle competenti autorità ecclesiastiche. Se abbiamo già 389 beati e santi domenicani ufficialmente riconosciuti, ora si lavora per farne riconoscere altri: più di novanta. Tra questi il laico domenicano Giorgio La Pira, professore, politico e sindaco di Firenze». L’altro è quello di anni spesi nella formazione dei giovani religiosi, con la particolarità di una fioritura domenicana in questo ambito: «Oggi, molto più di prima, riceviamo un buon numero di vocazioni. A me pare che non abbiamo fatto nulla di speciale. Solo abbiamo cercato, con l’aiuto di Dio, di vivere bene la nostra vocazione di frati domenicani, in modo molto naturale, e di essere accoglienti ma non invadenti. Certo oggi i giovani, spesso soli, sono attratti dalla nostra vita comunitaria: pregare insieme in coro, studiare, prendere le decisioni insieme in capitolo. Sono attratti anche da una tradizione solida di pensiero: seguiamo il nostro maestro, che è il nostro confratello san Tommaso d’Aquino, ma ponendolo in costruttivo dialogo con il pensiero del nostro tempo».