I due seminaristi Marco Zorzi di Domegliara e Gioele Girelli di Lugagnano da novembre sono a Namahaca, missione diocesana di Verona nella diocesi di Nacala, nel Nord del Mozambico, dove stanno svolgendo “l’anno missionario” previsto nel loro percorso formativo, accompagnati dai preti fidei donum don Francesco Castagna e don Luca Composta.
In questi tre mesi, dice Marzo Zorzi, «abbiamo avuto la possibilità di vedere la vita qui: la stagione è quella della nostra estate, che corrisponde anche con il tempo della pioggia e quindi della fertilità nei campi. Si vede molto il movimento delle famiglie e della gente che lavora. Stiamo vivendo tanti incontri nelle parrocchie, vedendo i vari ministeri: dai ministri della Comunione alla catechesi, dagli anziani ai giovani. E poi gli incontri nelle famiglie dove andiamo anche per portare l’Eucaristia ai malati: sono momenti belli di scambio, di dialogo e di condivisione».
– Nelle celebrazioni cosa la colpisce maggiormente?
«Hanno un modo di celebrare tutto loro, ed è una cosa che personalmente apprezzo, che indica non una fede solo importata e applicata, ma rielaborata secondo ritmi e caratteristiche della loro cultura. Molti – giovani, donne, anziani – fanno ore di cammino a piedi, sotto il sole o la pioggia, per partecipare alla Messa o agli incontri: tutto questo dà testimonianza di una Chiesa bella, che ha le sue fatiche, ma che ha voglia di essere Chiesa e di fare comunità».
– Siete arrivati nei giorni nei quali da Nord scendevano gli sfollati, messi in fuga dalle violenze degli insorgentes, i terroristi.
«A Namahaca non siamo stati direttamente coinvolti dall’arrivo degli sfollati, però la notizia si è diffusa rapidamente e molti si sono messi in viaggio per raggiungere posti per loro ritenuti più sicuri. Purtroppo non è la prima volta che capita, la gente fugge anche in via preventiva, senza aspettare l’arrivo dei terroristi».
«A me – dice Gioele Girelli – ha fatto molta impressione vedere la gente scappare. Mai mi sarei immaginato di vedere certe camionette piene di gente con la paura nei loro occhi e nelle loro parole. D’altra parte, però è stato anche bello vedere alcune figure che cercavano di rassicurare in un momento così difficile e di fragilità. Sotto certi aspetti mi sembrava di vivere in un documentario, però questa è la realtà che vivono certi popoli, ed è lì che la Chiesa deve essere».
– Gioele, siete a contatto con una povertà a dir poco disarmante. Come la vive?
«Sotto certi aspetti direi che questa povertà è provocante. Qui la gente non vive con il vittimismo di dire “mi manca questa cosa”, ma con quello che hanno affrontano la vita quotidiana. Per me è interessante questo cambio di prospettiva: non dire “mi manca qualcosa”, ma “che cos’ho per vivere?”. E questo fa riflettere, specie in un contesto come il nostro in Italia dove tante volte guardiamo solo a ciò che ci manca».
– Vedere la partecipazione così numerosa alla vita delle comunità cosa suscita in lei?
«È interessante vedere come ci sia una forte presenza alla Messa e ai vari incontri, ma soprattutto constatare come loro facciano propria questa partecipazione in un contesto dove la ministerialità è sempre più forte. In molte comunità della parrocchia la domenica il prete non riesce ad essere presente, però in tutte le comunità, tutte le domeniche, l’annuncio è garantito proprio da ministri che lì sono presenti. Questo dice molto su come una Chiesa possa camminare e possa continuamente annunciare».