«Volendo andare all’essenziale, direi che il diacono è “essere per gli altri”». Così il 12 settembre si è espresso il vescovo Domenico Pompili nell’omelia della Messa nell’anniversario della dedicazione della Chiesa Cattedrale, durante la quale ha ordinato sette nuovi diaconi. Si tratta di Federico Bertoni, 28enne di Bovolone, del Seminario Vescovile, che si prepara a diventare presbitero, e di sei diaconi permanenti di cui quattro coniugati: Fabio Maddalena, 46 anni, di Terrazzo, con 4 figli; Claudio Mutto, 59 anni, di Cerea, operaio e padre di due figli; Luca Menegazzi, 65enne di Bussolengo, con una figlia; Nicola Perazzolo, 55 anni, di Montorio e padre di due figli. Inoltre Enrico Fiorini, 52 anni, di Porto Legnago e Giuseppe Pontara, 40enne di Balconi, entrambi celibi.
Il Vangelo documenta e descrive l’essere per gli altri manifestato in tutta la sua vita da Gesù: «Si lascia interpellare dalla cananea, condivide la mensa con pubblicani e peccatori, benedice i bambini, non resta mai indifferente di fronte alla sofferenza, tocca la donna emorroissa», ha evidenziato mons. Pompili, che ha aggiunto: «Oggi questa lezione per voi diventa ancora più esigente perché diventare diacono significa assumere la stessa postura. E allora ciò che è chiesto a voi è proprio di mettere insieme il dentro e il fuori della Chiesa, il sacro e il profano. Dovrete saper riconoscere il divino nelle voci che chiamano aiuto, negli stranieri in viaggio, nelle ferite che attendono guarigione, nei processi di liberazione da ingiustizie, nelle lacrime delle madri, nei luoghi pervasi dalla paura. Il campo è sconfinato, ma non dovete temere perché quando la Chiesa serve e non si lascia servire raggiunge il suo obiettivo». Quindi ha concluso: «Il Vangelo non cambia il mondo. Cambia però le persone che possono cambiare il mondo. E voi 7 siete tra questi, sapendo che “se ognuno fa qualcosa, si può fare molto”», come affermava il beato don Pino Puglisi.
In precedenza, commentando le letture bibliche e soffermandosi sul significato della celebrazione dell’anniversario della dedicazione della Cattedrale, il pastore della diocesi di San Zeno aveva messo in luce che «amare Dio significa vivere appieno nel tempo che ci è dato con le sue sfide, dunque questo tempo tormentato che stiamo attraversando. Questo significa credere in Lui: stare dentro questo tempo, senza nostalgie e senza fughe in avanti, e provare a cambiarlo». Non si tratta quindi di festeggiare le mura e gli arredi di un tempio, ma «una Chiesa, cioè una comunità abitabile per tutti nella misura in cui le pietre, ossia ciascuno di noi, si dispongono in maniera “ben ordinata”: ovvero non vanno a scegliersi il posto in cui collocarsi, né il più comodo, né quello più in vista, ma si lasciano porre e direi disporre là dove l’unico architetto della Chiesa spirituale, cioè lo Spirito Santo, dispone. Questa unità nella diversità che è plasticamente raffigurata da questa chiesa che nella sua armonia e nella sua bellezza dice l’una e l’altra cosa, spinge ciascuno di noi a chiedersi: qual è il mio posto?».