L’indispensabile apporto dei laici per la vita della parrocchia

Don Castagna opera come fidei donum dal 2017 a Namahaca, in Mozambico 

| DI Redazione Online

L’indispensabile apporto dei laici per la vita della parrocchia
di PAOLO ANNECHINIÈ stato a Verona in queste settimane don Francesco Castagna, 35 anni, originario di Illasi, prete dal 2013, missionario a Namahaca, nel Nord del Mozambico, dal 2017. – Don Francesco, quanti siete e qual è la vostra attività nella missione di Namahaca? «Namahaca è nella diocesi di Nacala, estesa 1.800 kmq, ovvero più della metà della diocesi di Verona, 69 comunità da seguire e un centro della missione dove viviamo e dove svolgiamo i servizi formativi ed educativi, dove si trova il centro nutrizionale e lo studentato. Durante la settimana prioritariamente rimaniamo nella missione per svolgere attività, mentre nel week-end ci rechiamo nelle comunità. Essendo in tre preti per 69 comunità, riusciamo a passare in ognuna 3-4 volte all’anno. Insieme con me ci sono don Fabio Gastaldelli, don Luca Composta, e la coppia Carlo Manzata e Chiara Campara che si occupano dei progetti sociali ed educativi nella missione (studentato, centro nutrizionale, corsi di alfabetizzazione) e una comunità di suore africane». – Che tipo di pastorale proponete? «È una pastorale fortemente ministeriale e non può essere altrimenti per la realtà nella quale viviamo. Un prete da solo, o alcuni preti insieme, per la vastità del territorio, la popolazione e la diversità di situazioni possono davvero fare poco. Sono i laici che portano avanti la vita delle comunità. Nostro compito principale è formarli al centro della missione con corsi periodici anche residenziali. Si visitano le comunità – e questo è fondamentale – ma il lavoro è tutto nelle mani dei laici, degli anziani, dei vari responsabili nei ministeri: dalla catechesi alla salute, dai giovani alla preparazione ai sacramenti». – Di cosa vive la gente? «È una realtà rurale, la gente vive di piccola agricoltura di sussistenza, ognuno ha il suo appezzamento di terra che coltiva: fagioli, polenta, arachidi, e poi la frutta che cresce spontaneamente. Basta poco, una accentuata siccità o piogge fuori stagione, per mandare in crisi la sussistenza e avvicinare lo spettro della fame». – Che impatto ha il cristianesimo? «La nostra realtà è a maggioranza musulmana, i cristiani sono il 35% della popolazione. L’evangelizzazione segue le orme dei comboniani, arrivati a Namahaca per primi e dai quali abbiamo ereditato la missione. Stiamo annunciando il vangelo cercando di inculturarlo nella realtà Macua nella quale siamo inseriti». – Quasi due anni fa vi fu l’uccisione di suor Maria de Coppi, comboniana, a Chipene, non lontano da voi, tanto che siete stati i primi ad accorrere. Com’è la situazione della guerriglia? «Diciamo che la situazione è stabile... nell’incertezza! Noi siamo a sud del conflitto, lo viviamo di riflesso attraverso chi fugge e cerca rifugio, pace e stabilità da noi e in altre parti del territorio della diocesi di Nacala. Fuggono perché le ricchezze del Nord attirano enormi interessi che dividono, creano conflitti e sofferenze incredibili». – Un’Africa così ricca eppure rimane così povera... «In Africa purtroppo le ricchezze naturali non portano ricchezza e benessere alla popolazione. C’è sempre qualcuno che se ne accaparra e difende l’accaparramento con la forza. Così cresce la sofferenza della gente». – Cosa spera un giovane mozambicano? «Vorrebbe studiare e una volta finiti gli studi trovare un lavoro che non c’è o se c’è è spesso frutto di corruzione. La cosa positiva è che i giovani mozambicani non vogliono fuggire, ma sono decisi a cambiare questa situazione». – Padre Davide De Guidi, missionario comboniano veronese in Mozambico, su queste pagine commentava che secondo lui è finita l’epoca del missionario che costruisce, che è sempre sulla jeep: serve una missione più sobria, più a km zero… «È così, e questo si inserisce anche nell’ottica di una riconsegna degli impegni missionari. Quando alla Chiesa locale verrà riconsegnata Namahaca, dovrà essere sostenibile dal clero diocesano e dalla popolazione. Noi abbiamo iniziato un cammino in questo senso, ogni comunità mensilmente mette in comune con le altre quello che ha: polenta, arachidi, fagioli, con i quali offriamo il pranzo ai catechisti di tutte le comunità che periodicamente vengono al centro parrocchiale». – Funziona? «Funziona ma è un lavoro lungo, bisogna tenere conto che prima non erano mai stati abituati a questo modo di essere Chiesa». – Quanti laici sono impegnati nella parrocchia di Namahaca? «Tantissimi! Tra i vari servizi sono più di mille laici e laiche, divisi nelle 69 comunità». – Cosa pensa quando vede un catechista farsi 3-4 ore di cammino per partecipare ad una formazione? «Penso che ci vuole una grande fede per farlo e desiderio di scoprire sempre cose buone e nuove da comunicare agli altri. Camminare per partecipare a una celebrazione o a una formazione è un segno di amore anche per la comunità nella quale si è inseriti». – Cosa sta imparando come prete in questi anni di missione? «Innanzitutto il sentirmi straniero, diverso dagli altri, che deve capire e conoscere ogni giorno un mondo diverso. E poi serve un cambio di prospettiva: guardare la realtà con occhi diversi, sedermi per capire le cose, o correggere pensieri su situazioni che pensavo di conoscere. È un bell’esercizio quello del mettersi in gioco ogni giorno!». 

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