Ilaria Tinelli e Federica Rettondini, laiche comboniane, da due anni lavorano a Carapira, storica missione comboniana nel Nord del Mozambico. In occasione dell’incontro dei missionari italiani che operano nel Paese, le abbiamo intervistate.
– Ilaria, di cosa si sta occupando?
«Io lavoro principalmente nella pastorale, nell’economia della parrocchia, composta da 98 comunità, e nella parte amministrativa della scuola a Carapira, che è un istituto tecnico. Per me fare questo significa fare pastorale, ovvero stare in mezzo al popolo, ascoltare le sofferenze e cercare insieme di trovare soluzioni per poter migliorare la quotidianità delle persone».
– Cosa le racconta la gente?
«La gente soffre molto, molti padri non sanno come sfamare i loro figli perché magari il raccolto è andato perduto o semplicemente ha dato meno frutto del previsto a causa del cambiamento climatico che anche qui si fa sentire. Basta che vada male un raccolto per rischiare la fame. Però c’è sempre speranza, nonostante tutto: il popolo mozambicano è incredibile in questo».
– Quanto è importante l’ascolto?
«Fondamentale, e la gente ci ringrazia per questo. Le nostre attività sociali sono una goccia rispetto alle esigenze, ma solo il fatto di sederti e ascoltare i giovani, le mamme, i padri, gli anziani allevia la sofferenza perché viene condivisa».
– Due anni di missione a Carapira cosa le hanno insegnato?
«Mi insegnano ogni giorno a cercare la bellezza nella quotidianità, nelle piccole cose, nonostante le situazioni difficili che vediamo; mi insegnano a non vivere con l’ansia, a prendere le cose con tranquillità, soprattutto ad affidarmi a Dio e alla fede. Questo mi genera serenità. Qui vedi tutti i giorni che Dio c’è, si fa sentire e sa condurre le cose».
– Federica, per lei cosa significa vivere questa esperienza?
«Per me essere qui in missione è crescere in umanità, cercare ogni giorno di imparare da questi fratelli mozambicani di lingua e cultura Macua il valore del tempo prima di tutto, il valore della sacralità di ogni attimo della vita. Quando ti incontrano, per prima cosa ti chiedono come stai, poi come sta la tua famiglia, quindi si preoccupano della tua situazione, di come stanno le altre della comunità…».
– Ci dica del progetto dei bambini denutriti…
«È l’ultimo progetto avviato, quaranta bambini che vediamo due volte la settimana, in gruppi diversi per accogliere meglio il bambino e la mamma che lo accompagna. Dietro alla malnutrizione c’è sempre un problema di povertà non solo economica della madre o del contesto che accompagna. Quindi accanto alla fornitura della “mistura”, ovvero del mix di alimenti per far uscire il bambino dalla problematica, il lavoro fondamentale è formare la madre a gestire la crescita del bambino».
– Oltre a questo di cosa si occupa?
«Seguo la pastorale giovanile nelle 98 comunità della parrocchia. È organizzata per zone, e ognuna ha un gruppo di referenti. Nostro compito è organizzare e partecipare alle attività giovanili in diocesi. È una pastorale che si deve autosostenere, e quindi i giovani attivano delle forme di autofinanziamento, come il lavoro collettivo nei campi per racimolare quello che serve».
– Com’è la realtà giovanile oggi nel Nord del Mozambico?
«I giovani non hanno molte prospettive. Il livello della scuola è disastroso, escono e non trovano lavoro perché non c’è. Molti lavorano nei campi e se non li hanno, offrono manovalanza o danno una mano in famiglia a coltivare qualcosa. Sono grandi lavoratori! Mi fa impressione vedere i giovani che frequentano le attività della parrocchia: fanno ore di cammino, lasciano per un giorno il lavoro anche se sono poverissimi e quel lavoro gli servirebbe molto. Mi chiedo sempre: perché lo fanno?».
– E che risposta si è data?
«Trovano nella Chiesa un punto di aggregazione e di speranza che altrove non c’è. Vedesse con quale entusiasmo partecipano alle celebrazioni!».
– Cosa le sta dando questa esperienza?
«Mi fa crescere in umanità e nella consapevolezza che la vita è davvero preziosa. In questa terra la salute è importante, si cammina su una corda, ne so qualcosa: da quando sono arrivata è stato un continuo susseguirsi di malarie. Con la salute e il sostegno della fede che ti dà speranza, cerco di fare il meglio per camminare insieme a loro ogni giorno».