«È stata un’esperienza molto intensa, soprattutto gli ultimi 17 anni come Nunzio apostolico in Siria. Difficile riassumere in poche parole 46 anni di attività nel servizio diplomatico della Santa Sede». Il cardinale Mario Zenari ha compiuto 80 anni lo scorso 5 gennaio e il 2 febbraio papa Leone XIV ha accolto la sua rinuncia all’incarico di Nunzio apostolico in Siria. «Avevo offerto le mie dimissioni già cinque anni fa a papa Francesco come è normale per i Nunzi al compimento dei 75 anni, ma il Santo Padre mi disse di rimanere donec aliter provideatur (finché non si provveda diversamente). Dopo aver incontrato i miei superiori l’estate scorsa, in ottobre ho scritto al Papa e a dicembre è giunta la risposta con la quale veniva accolta la mia rinuncia con la formula nunc pro tunc (ora per allora), in quanto il 5 gennaio non mi era possibile partire e così mi è stato concesso di restare sino a fine mese. Quindi ero preparato, naturalmente, ma il distacco comporta anche una certa sofferenza. Sono venuto via il 2 febbraio, mi sono recato in Libano con le valigie piene ma soprattutto carico di emozioni».
– Lei ha prestato servizio in moltissimi paesi in Africa, America Latina, Europa, Asia…
«Sono stato in quattro diversi continenti e come Nunzio in paesi in guerra (Costa d’Avorio, Niger, Burkina Faso, Sri Lanka e Siria), al punto che Vatican News recentemente mi ha affibbiato il titolo di “Nunzio da campo”. Io ci scherzo un po’ sopra perché il mio sogno quando fui ordinato prete nel 1970 era di diventare parroco, preferibilmente di una parrocchia di campagna, provenendo da un ambiente rurale come Rosegaferro. E così da parroco di campagna sono diventato Nunzio da campo».
– Com’è la situazione in Siria dove è stato per 17 anni?
«Il Paese nel quale giunsi all’inizio del 2009 non è lo stesso di quello che ho lasciato qualche settimana fa. In questi anni ho vissuto tre periodi ben distinti della storia contemporanea della Siria: quello prima della guerra durato un biennio, poi 14 anni segnati da una guerra molto, molto crudele e infine l’ultimo anno caratterizzato dal nuovo corso».
– Cosa è cambiato con il cambio di regime da Bashar al-Assad ad Al-Sharaa?
«È difficile dirlo. I giudizi dei siriani sono diversificati: come al solito c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto. Ci sono speranze, ma anche molte incertezze. Il lato positivo della medaglia è il sostegno unanime della comunità internazionale, dai Paesi europei agli Stati arabi. Un supporto necessario, altrimenti la Siria sarebbe nel caos. C’è pure un sostegno di tipo economico, che si aggiunge alla revoca della maggior parte delle sanzioni, ma ancora prevalentemente basato su promesse che speriamo si realizzino. A livello internazionale la situazione va a gonfie vele, basta pensare al fatto che il presidente siriano è intervenuto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre, è stato ricevuto alla Casa Bianca, ha compiuto diversi viaggi e dovunque è andato è stato accolto col tappeto rosso. Peraltro rimangono grossi problemi interni, a cominciare dalla difficoltà di tenere uniti i diversi gruppi che compongono la popolazione: dai sunniti, che sono la maggioranza, agli alawiti, e poi i curdi e i drusi. Sono avvenuti fatti molto cruenti, veri e propri massacri. Ci sono grosse incertezze, soprattutto per quanto riguarda la tenuta dell’unità e dell’integrità territoriale».
– In questo scenario qual è il ruolo dei cristiani?
«Per quanto riguarda la componente cristiana, le cifre sono molto dolorose: in base a dati affidabili, l’80% dei cristiani delle diverse confessioni sono emigrati in questi ultimi 15 anni e difficilmente ritorneranno. Da quasi 2 milioni che erano, si presume siano rimasti in 250-300 mila. Se poi pensiamo che in Siria, ad Antiochia, secondo Atti degli Apostoli 11,26 “per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” assistere a questo esodo è qualcosa di impressionante. E le migrazioni continuano, perché una cosa sono le promesse e le rassicurazioni fornite dal Presidente, un’altra è la vita di tutti i giorni. Ricordo l’attentato terroristico nel giugno scorso alla chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia (Mar Elias) a Damasco che ha provocato oltre una ventina di vittime e più di 50 feriti. E poi altre provocazioni a livello di quartieri, certe proibizioni che vengono imposte: i cristiani fanno fatica ad intravvedere un futuro roseo e preferiscono andare all’estero. Una volta partiti, dispersi in varie parti del mondo, la maggior parte di essi non troverà la propria Chiesa orientale di origine, quindi chi conserva la fede confluirà nella Chiesa latina con la sua famiglia, perdendo la propria tradizione rituale. In Siria infatti esistono cinque Chiese orientali patriarcali sui iuris oltre alla Chiesa latina».
– Come sono le relazioni tra le diverse chiese?
«Tra di esse c’è un buon rapporto, rinsaldato da quello che papa Francesco chiamava “l’ecumenismo del sangue”. Del resto la tradizione dei martiri nella Chiesa di Siria è molto antica: da sant’Ignazio di Antiochia che secondo la tradizione fu il successore di san Pietro, ai santi Cosma e Damiano fino agli undici santi martiri di Damasco (otto frati francescani e tre laici maroniti uccisi in odium fidei nel 1860) canonizzati nel 2024. I cristiani cercano di promuovere il concetto di cittadinanza tra tutti i siriani, nonostante le diverse appartenenze etnico-religiose. Ma c’è anche una “cittadinanza del sangue” che accomuna i vari gruppi, in quanto quella della Siria è stata una sofferenza enorme che non ha risparmiato nessuno, la catastrofe umanitaria più grave del dopoguerra: mezzo milione di vittime, tra le quali 29mila bambini; 13 milioni di sfollati, ovvero più della metà della popolazione che era di 23 milioni di abitanti. Ultimamente ne è rientrato circa un milione, ma la Siria è il Paese con il maggior numero di sfollati interni che sono circa 7 milioni, più 6 di rifugiati all’estero».
– Ora, cessata la guerra, resta ancora molto da fare…
«Nel periodo in cui ho operato come Nunzio c’era una gravissima emergenza umanitaria e quindi si è cercato di aiutare e di coordinare gli aiuti, con iniziative di carità aperte a tutti, con il progetto delle mense popolari per garantire un pasto caldo alle famiglie povere, senza distinzioni etniche o religiose; poi il progetto “Ospedali aperti” concluso lo scorso anno che è stato molto efficace con tre ospedali cattolici operativi, ai quali negli ultimi due anni si sono aggiunti sei “Dispensari della speranza”, per oltre 180mila persone povere assistite. A queste iniziative si aggiungono quelle della Caritas nelle sue diverse articolazioni. Tutto questo è stato possibile grazie alla generosa solidarietà di tante Chiese, istituzioni e persone private, tra cui si è distinta Verona. Secondo me resterebbe ancora da fare molto sul piano dell’impegno dei cristiani in ambito sociale e politico. Anche se il loro numero si è notevolmente ridotto, sono sempre più convinto che i cristiani in Siria possano avere un ruolo particolare tra questi diversi gruppi che faticano a stare uniti, facendo da collante, da ponte. Mi sarebbe piaciuto dare una mano alle diverse Chiese a sviluppare questa vocazione e missione socio-politica».
– Nei giorni scorsi è stato ricevuto in udienza da Leone XIV. Cosa ci può dire di papa Prevost lei che ha partecipato al conclave che lo ha eletto?
«È stata un’esperienza particolare, un’emozione incontrarlo. Diverso dagli altri pontefici, in quanto ciascuno ha il proprio stile. Eravamo insieme al conclave e i pontefici che ho incontrato in precedenza avevano un’età superiore alla mia e invece questa è la prima volta che il Papa è più giovane del sottoscritto».
– Eminenza, quali sono i suoi programmi futuri?
«Ho bisogno di qualche tempo per ritemprarmi perché sono stati anni un po’ stressanti. Per almeno un anno ho intenzione di alloggiare presso la Domus Sanctae Marthae in Vaticano dove risiedono una settantina di preti e vescovi di tutto il mondo (che presto diventeranno novanta) impegnati nel servizio presso la Santa Sede, con la presenza anche di alcuni Nunzi emeriti. Penso che sarà un’esperienza molto bella di fraternità. Se la salute tiene, ho pure l’intenzione di fare un po’ di lavoro pastorale non come responsabile diretto ma come aiuto. Mi è rimasto sempre ben vivo lo spirito di parroco».