Quando l’istruzione prese casa in Lessinia

Le leggi napoleoniche introdussero le scuole sull’altopiano riservate solo ai maschi che spesso marinavano per lavorare..

| DI Marta Bicego

Quando l’istruzione prese casa in Lessinia
L’universo cimbro della Lessinia aveva una sua scuola? Parte da una domanda il nuovo di libro di Angelo Andreis La scuola in Lessinia nell’epoca napoleonica e austriaca, edito da Gianni Bussinelli per la collana “Lessinia, terra di Cimbri” del Curatorium Cimbricum Veronense. Quella dei cimbri era più che altro «una scuola di vita», risponde l’autore. Una trasmissione di saperi che avveniva in famiglia, nei luoghi di lavoro, all’aria aperta, nei momenti di aggregazione che erano accompagnati da una forte religiosità. 
Accadde fino alla legislazione napoleonica, che – oltre a mettere al bando le parlate locali, tra cui il cimbro stesso – iniziò a disegnare un’istituzione che divenne via via più simile a quella che conosciamo oggi. Con aule, banchi, sillabari, lavagne. Ed edifici scolastici, che trovavano sede anche nelle più sperdute frazioni e addirittura nelle contrade (all’epoca certo più brulicanti di alunni rispetto ad oggi), per assolvere all’impegno preso dai Comuni del diritto all’istruzione enunciato dalla legge napoleonica del 1802. A partire da qui, e grazie al contributo di numerosi documenti d’archivio studiati con la consueta attenzione da Andreis, il volume analizza l’evoluzione scolastica pubblica relativa a un ampio lembo della Lessinia veronese, quella connotata appunto come “cimbra”, mettendo a confronto il pionieristico periodo napoleonico e quello asburgico. 
Dalle aule. Prima della legge napoleonica, la scuola era perlopiù «un servizio per pochi, figli e figlie di nobili, ed era attuata da filantropi, parroci o cappellani». Ma come istituzione era troppo importante per la promozione della società e per formare cittadini obbedienti alle leggi dello Stato. Questa “rivoluzione” venne però accolta, almeno all’inizio, in maniera tiepida dai Comuni della Lessinia a causa dei bilanci striminziti e della necessità di risparmiare. Nel 1807, ad esempio, a Bosco con Frizzolana (attuali Bosco Chiesanuova ed Erbezzo) non esistevano “stabilimenti pubblici”; a Roverè con Cerro, al tempo sua frazione, si stavano attivando; a Grezzana dovrà intervenire addirittura la Prefettura. Spettava sempre alle amministrazioni trovare le sedi, fornendo arredi e suppellettili, presso le canoniche o nelle abitazioni private degli stessi maestri che ne avevano una da mettere a disposizione: «Ciò spiega perché alcune scuole vengono aperte in piccole località come Arzerè, Corrubbio, Stallavena e Sprea». E perché le aule erano talvolta improvvisate: «In genere locali poco idonei, spesso malsani, troppo angusti e disturbati in luoghi di passaggio. Tra il sottotetto e poi lo scantinato, come avvenne a Grezzana. Solo verso la metà del XIX secolo si provvederà a realizzare edifici ad uso scolastico». 
Agli alunni. Era compito dei sindaci nominare i maestri, che dovevano avere i titoli per insegnare: serviva una “patente” nel periodo napoleonico dopo aver effettuato un esame presso una commissione prefettizia; in epoca austriaca era necessaria la frequenza di un corso di Metodica. In generale, i sacerdoti in cura d’anime erano un buon bacino dal quale attingere, una necessità e insieme un ripiego in situazioni di carenza di personale. Ma spesso proprio i parroci e i curati erano impegnati nelle attività parrocchiali. Capitava talvolta che le classi restassero senza docenza o che subentrassero persone poco capaci di praticare il mestiere: accadde a San Mauro di Saline quando la cattedra finì al nipote del prete; e «a Giazza dove la scuola rimase chiusa per giorni o affidata a un supplente “vecchio, sordo ed incapace a leggere correttamente”». 
Nel periodo austriaco, il fatto di lasciare gli alunni agli insegnamenti del clero locale non era più un espediente, ma una scelta precisa in termini di garanzie di educazione all’obbedienza e alla sovranità; e di risparmio poiché i religiosi si accontentavano di emolumenti minori e il Comune riusciva in tal modo a risparmiare sulle spese. E pure su altri servizi... se si pensa che sotto Napoleone i maestri dovevano provvedere alla spazzatura almeno una volta alla settimana.
Istruzione… in salita. A lezione sì, ma non valeva per tutti. Ad essere escluse erano soprattutto le femmine, tanto che in una delibera del consiglio comunale di Grezzana si legge che “la scuola femminile è poco utile in certa stagione, inutile affatto nei mesi dell’inverno”. Se già pochi sono gli alunni, figuriamoci le “fanciulle, le quali esigono maggiori riguardi e i genitori non le farebbero fare agevolmente un lungo viaggio fra monti per recarsi alla scuola”. Inoltre per frequentare le aule bisognava percorrere strade “dirrupate, faticose, pericolose e difficili al transito”. Sia mai. «Solo nella seconda parte degli anni ’50 – puntualizza l’autore – si apriranno le scuole anche per le femmine: a Badia Calavena, Tregnago, San Mauro di Saline e Castelvero dove nel 1959/60 le alunne sono complessivamente 152».
Insomma, non è un avvio privo di difficoltà quello della scuola pubblica nei territori della Lessinia. «Se Napoleone sancisce il diritto all’istruzione, in epoca austriaca si introduce l’obbligo e si prevedono sanzioni per gli inadempienti, sebbene di fatto mai applicate per non infierire sulla miseria delle famiglie», spiega Andreis, che ha insegnato in varie scuole della Lessinia e in seguito, fino al 2004, è stato preside e dirigente scolastico dell’istituto comprensivo di Bosco Chiesanuova. Le pagine riportano ai tempi nei quali i genitori, troppo indigenti per privarsi delle braccia dei figli nei lavori di campagna, si dimostrarono all’inizio poco convinti dell’utilità dell’istruzione consentendo così una frequenza scolastica saltuaria, accentuata perdipiù da fattori climatici e orografici. Bastava un’abbondante nevicata ad ostacolare gli spostamenti, figuriamoci per chi doveva partire dalle contrade più sperdute. Se c’era da fare nei campi, le aule restavano deserte. Senza tante preoccupazioni. Nemmeno le sanzioni austriache, per quanto minacciate, riuscirono ad azzerare l’evasione scolastica, tollerata dalle stesse autorità scolastiche non sempre zelanti, come i parroci-direttori.

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