Il silenzio che parla si sente meglio nella tranquillità delle montagne

La scelta eremitica di padre Renzo Gobbi, punto di riferimento per tante persone

| DI Marta Bicego

Il silenzio che parla si sente meglio nella tranquillità delle montagne

Padre Renzo Gobbi

Per raggiungere l’abbazia di San Leonardo si percorre una Via Crucis nel bosco. Lungo il sentiero in salita, la luce è filtrata dai rami. È solo il rumore dei passi, mentre si conquista quasi la sommità del Monte Moro, a interrompere il silenzio. 
Proprio dove sembra non esserci nulla, si apre uno spiraglio di speranza. Da una parte, il panorama permette di abbracciare insieme la pianura, le colline, le montagne; dall’altra parte, un’antica pieve immersa nel verde accoglie nella sua semplicità chiunque voglia entrare per una preghiera, per ammirarne la bellezza, per una sosta in un luogo tranquillo. 
Qui, a quasi 900 metri di altitudine, si incontra anche lo sguardo limpido di padre Renzo Gobbi, 77 anni quest’anno. Da quando il convento dell’Ordine dei francescani minori in cui abitava a Marghera è stato chiuso, si è trasferito nell’eremo di San Mauro di Saline. Luogo che ha scelto dopo tante altre esperienze vissute a Verona, nei conventi di San Bernardino e presso il Cimitero monumentale; in Italia, con missioni tra Sardegna, Abruzzo, Veneto; e oltre: tra Albania, Medjugorje in Bosnia-Erzegovina e Centro America. 
Può sembrare singolare scegliere di fermarsi in un posto tanto isolato. Finché si scopre che questa non è una fuga, che questo non è un luogo di solitudine, ma di pienezza. E, in un testo all’ingresso della chiesa, padre Renzo spiega il senso della vita eremitica, la cui quotidianità è fatta da molti incontri. 
– Andiamo alle origini della sua scelta: perché entrare in convento?
«Sono nato a Merlara, vicino a Montagnana. Quando avevo sei anni, i miei genitori si sono trasferiti a Legnago, dove ho ricevuto la prima comunione e sono stato ordinato sacerdote in duomo. La vocazione, a dire il vero, devo ancora maturarla (sorride, ndr). Mia nonna, che viveva in famiglia, andava a Messa tutti i giorni ma non mi ha mai forzato. Ho avuto buoni esempi, sia preti sia insegnanti che stimavo ed erano credenti. È una decisione che ho maturato lentamente ed è andata crescendo. Un giorno, tornando a casa dalle scuole medie, ho detto a mio padre che desideravo farmi frate e l’ho visto piangere per la prima volta. Poi mi ha messo alla prova, consigliandosi con don Luigi Bosio, allora parroco a Belfiore. Finite le medie superiori, avevo quasi 20 anni, mi ha accompagnato in convento. L’ho visto piangere anche quando sono stato ordinato sacerdote, però era un pianto umano». 
– Perché, a un certo punto, ha scelto la vita eremitica?
«Per fare comunità, famiglia, fraternità, bisogna essere soli. È un ossimoro, cioè un’apparente contraddizione, come tutto il Vangelo: chi vuole essere il primo, si faccia ultimo, il servo di tutti; beati i poveri, perché possiedono. Sono apparenti contraddizioni che però hanno un valore profondo e veramente grande. Così, l’uomo ha bisogno di vivere la solitudine. Non come problema, assenza o mancanza di qualcosa. Ma per rientrare in se stesso e soprattutto per non vivere la dipendenza, che è il contrario della libertà. La dipendenza dalla persona è peggiore di quella dall’alcol, dalla droga, dal Gratta e vinci o da internet. La libertà è l’immagine di Dio nell’uomo». 
– Le persone che vengono qui, cosa ricercano? 
«Ognuno ha la sua storia. C’è chi cerca un dialogo, un confronto, un conforto, una confessione. C’è chi è attratto dal luogo e dal panorama e, quando mi incontra, scambia una parola ed è contento. Sono occasioni fuori dal normale, in cui non c’è un interesse materiale, quindi si è più disposti al confronto». 
– Scatta qualcosa, avviene un cambiamento?
«Sì e il fatto che tornino è un segno. Di recente, un giovane mi ha detto di voler fare alcuni incontri sulla Teologia pur essendo ateo. Quando uno dice “sono ateo, non credo in Dio”, mi rallegro: vuol dire che ha superato un Dio prodotto dall’uomo. La bestemmia più grande secondo la Sacra Scrittura, che va contro il primo comandamento, è quella di chi dice “io credo in Dio”. In analisi grammaticale: “io” è il soggetto; “credo” è il predicato; “in Dio” è il complemento. Un oggetto che posso credere, amare, pregare, difendere, ma anche perdere, abbandonare. Sono io che decido. Invece la fede è tutto il contrario: è Dio il soggetto. Dio crea me, ama me, salva me».
– Cosa contribuisce a ristabilire questo ordine?
«Per aprire la porta e rendersi conto che è Dio il soggetto – che è lui che ci custodisce, che ci fa dono ogni giorno della vita e della croce – manca l’umiltà. L’umile vede Dio. Il presuntuoso e il superbo no, perché vede solo se stesso. Il silenzio, il raccoglimento, aiutano a rientrare in se stessi, ad accorgersi del proprio limite. Ad essere più umili». 
– Questo luogo può essere una luce di speranza che si inizia a scorgere, ad esempio, percorrendo una Via Crucis?
«Certo. Sabato hanno dormito qui due amici: uno ha 49 anni e ha ricevuto il battesimo un anno e mezzo fa. Casi di questo genere cominciano a essere frequenti. Sono il segno che dalle macerie di una società secolarizzata, scristianizzata, neo-pagana, post cristiana inevitabilmente rifiorisce la vita. Sempre cominciando dal singolo. Ecco perché la fede può essere aiutata a confrontarsi con il gruppo, la comunità, in famiglia. Ma è sempre un fatto personale». 
– Nel suo caso, cosa l’ha colpita appena è arrivato qui?
«La storia, le vicende religiose legate a questa chiesa e all’arrivo dei Cimbri dall’altopiano di Asiago con la devozione di san Leonardo. La bellezza dell’ambiente si mescola all’aspetto religioso. Credo che in questa terra sia difficile sradicare la fede, sebbene purtroppo tante volte rimanga come cultura e fatto legato alla tradizione umana. La fede però va motivata e approfondita...». 
– Il problema, su cui si interroga la Chiesa, è come fare in modo che ciò accada...
«Il Signore si serve di una scintilla per fare divampare un incendio, un fuoco. Anche san Francesco non credeva di dare origine a un ordine religioso, non se l’aspettava. Era trattato da pazzo; ma quando si sono accorti che in lui c’era un valore enorme, che era la grazia e la presenza di Dio, allora è diventato un “diffusore”. Ad Assisi la gente parlava di contagio, di epidemia, perché tutti volevano seguirlo. È stata una figura carismatica che ha lasciato tanti segni. Un vero rivoluzionario sulla scia di Cristo».
– Anche san Francesco, come lei ricorda nel messaggio all’ingresso della chiesa, “non lesinò le numerose ‘quaresime vissute’ in isole o impervie montagne”.
«Prima di arrivare qui, vivevo l’intero anno in vista di trascorrere una settimana nel bosco, in alta montagna, momento necessario per evitare gli impegni che volendo non finiscono mai, e passare dal fare all’essere, che meglio esprime il miracolo del vivere. Il vero eremita non è “chiuso al mondo”, ma rientra in sé per accorgersi meglio di sé e conseguentemente degli altri».

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