I Cimbri, popolo tedesco che ha forgiato la Lessinia

Libro fa luce su una storia iniziata 8 secoli fa

| DI Marta Bicego

I Cimbri, popolo tedesco che ha forgiato la Lessinia
Per la comunità locale, per chi ama la montagna, per gli appassionati di storia. Sono tra i destinatari ideali del libro Tzimbar belt che Antonia Stringher ha recentemente consegnato alle stampe per Gianni Bussinelli Editore. Ventitré capitoli, annota nella prefazione Fabio Pozzerle, che accompagnano il lettore alla scoperta dell’area cimbra della Lessinia. Con rigore documentario mescolato alla passione che l’autrice restituisce anche attraverso aneddoti, curiosità, tradizioni, echi di voci dialettali e cimbre raccolte durante i filò che aiutano a tratteggiare un territorio e soprattutto le genti che lo hanno popolato e modellato.
Pare, tornando alle popolazioni germaniche, almeno dal 5 febbraio 1287: è la data sulla copia di un prezioso documento, scoperto dallo storico Carlo Cipolla nell’archivio parrocchiale di Roverè, che testimonia un contratto di locazione della durata di 29 anni stipulato tra il vescovo di Verona Bartolomeo Della Scala, già abate del monastero di San Zeno e titolare dei diritti su terre della Lessinia, con due capi comunità tedeschi.
L’interesse verso questo capitolo del passato c’è. Lo confermano le partecipate lezioni che la studiosa – nata a Selva di Progno da madre cimbra e padre di origine austriaca – tiene ormai da una quindicina di anni all’Università dell’educazione permanente: «Il materiale raccolto in questo volume comprende buona parte dei temi trattati», precisa. Un viaggio nella quotidiano dei Cimbri e nel loro mondo: «Origine, alti pascoli, boschi, contrade, miniere, giassare, carbonare, mulini, pratiche agricole, erbe selvatiche, religiosità, figure mitiche, mortalità, brigantaggio, contrabbando, emigrazione, lingua», elenca. Lo stile, narrativo e colloquiale, serve proprio a narrare vicende che un po’ ci riguardano ancora. Basta pensare ad alcuni cognomi, ai nomi delle contrade nelle quali ci troviamo a passeggiare nel fine settimana, a certe caratteristiche del paesaggio montano che dobbiamo immaginare coperto da boschi di latifoglie nella fascia intermedia con sopra la faggeta, fino a 1.500 metri di altitudine.
Qualche curiosità. «Uanz, tzoa, drai, viere... Un tempo, i Cimbri di Giazza contavano fino a quattro; per i numeri superiori ricorrevano al conteggio digitale: a hant, cinque; tzoa hante, dieci...», riferisce l’autrice. E perché? «Non certo per scarsa intelligenza», risponde, ma probabilmente non gli erano d’aiuto nella vita quotidiana. Fondamentale era invece «orientarsi nella boscaglia, escogitare sistemi di caccia per procacciarsi il cibo, difendersi da bestie feroci».
Insomma, c’erano altre priorità. Fino al lento declino, arrivato con la caduta della Serenissima e l’avvento di Napoleone, per cui cessarono gli antichi privilegi e l’autonomia in nome della modernità. Si tratta di un patrimonio che ha come riferimento geografico il piccolo paese di Giazza, il cui idioma è stato salvaguardato grazie anche all’impegno di alcune associazioni (dal Curatorium Cimbricum Veronense, fondato nel 1974, a Tzimbar Aps) e alla presenza di un Museo etnografico, di un Centro di cultura cimbra e di uno Sportello linguistico presso la biblioteca di Selva di Progno. All’organizzazione di eventi, come l’accensione della carbonaia da parte della famiglia Boschi (recente è la scomparsa di Nello) o la suggestiva Festa del fuoco, nella notte di san Giovanni.
Poi basta alzare gli occhi verso le terre alte che i Cimbri hanno ridisegnato: hanno tagliato faggi, lavorato il terreno, tolto i sassi, eliminato cespugli ed erbe infestanti. Una bonifica necessaria per caricare i pascoli di ovini (razza autoctona era la Brogna), bovini e suini. Lassù, d’estate, c’era parecchio movimento: «Ogni anno, ai primi di agosto, in occasione della riscossione delle decime dovute dai malghesi (agnelli, capretti, formaggio, burro, ricotta), si teneva la sagra della Podestaria, alla quale affluivano malghesi e genti dai vari paesi della Lessinia», conclude Stringher, accennando a una manifestazione che tuttora viene organizzata e accompagnata dall’investitura dei «bacani».

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