I 90 anni della chiesa nella Casa diocesana di Roverè

Dedicata all'Assunta

| DI Marta Bicego

I 90 anni della chiesa nella Casa diocesana di Roverè
“A ciascun fedele che visiti questa chiesa nel giorno anniversario della sua consacrazione ho concesso 50 giorni di vera indulgenza nella forma stabilita dalla Chiesa”. Era il 13 agosto 1936 quando l’allora vescovo di Verona, Girolamo Cardinale, fissò questa frase nella storia di quella che oggi è chiamata Casa diocesana di formazione, a Roverè. Accadde in occasione della consacrazione e dell’intitolazione alla Madonna Assunta della chiesa grande lì presente; tra le mura dell’imponente edificio, innalzato sul monte Recamao, che accolse in passato i seminaristi e che da metà giugno alla fine di agosto ha spalancato le porte ai campiscuola del Centro di pastorale ragazzi (Cpr) della Diocesi, che hanno lasciato dopo decenni la sede in località Tracchi di Bosco Chiesanuova.
Ma la casa, precisa il responsabile del Cpr e neo-direttore della struttura don Mattia Mengalli, «rimane aperta per i vari gruppi che vengono qui, anche da fuori diocesi, per un momento di ritiro, preghiera e ascolto della Parola di Dio», accolti dai coniugi Maurizio Gandin e Monica Siorpaes. Inoltre è a disposizione di sacerdoti, anziani e non, che vogliono prendersi un tempo anche di vacanza e di riposo.
«Ricordare la costruzione di questa casa, che continua ad essere uno spazio di incontro e di approfondimento del Vangelo, significa rendere grazie a Dio per chi ha avuto a suo tempo il coraggio di rendere abitabile questo spazio», ha sottolineato il vescovo Domenico Pompili al termine dell’omelia, nella Messa presieduta il 13 agosto in occasione dell’anniversario. Poi ha ceduto il pulpito alle testimonianze di quanti hanno voluto condividere i propri ricordi legati a quel luogo: il vescovo Rino Passigato, già nunzio apostolico in Portogallo, il vicario generale della diocesi mons. Osvaldo Checchini, mons. Ottavio Todeschini; Renzo Dalle Pezze di Fane di Negrar, sposato e papà di due figlie; infine è stata letta la testimonianza di Luigi Scardoni, classe 1935, riguardante lo zio Carlo che lavorò alla costruzione dell’edificio. La ricorrenza ha riunito autorità civili e militari, tra cui il sindaco Stefano Marcolini e il comandante della Stazione dei carabinieri di San Vitale Claudio Trettene.
Fu il parroco don Antonio Quarella, nato a Pescantina il 12 novembre 1880 e arrivato a Roverè nel 1915, a comprare i terreni da Marianna Elsa Polinari (per 4.500 lire) e a versare i primi soldi (2.400 lire) per finanziare i lavori di costruzione: il resto fu aggiunto dalla Diocesi e da una sottoscrizione popolare, in particolare tra le 2.271 persone che allora abitavano in quel Comune della Lessinia.
Gli eventi si susseguirono veloci: nel giugno 1932 fu disboscata la zona della sommità del monte, il 17 agosto dello stesso anno fu posata la prima pietra. La giornata del 2 agosto 1933 iniziò alle 9 con la Messa celebrata nella parrocchiale del capoluogo, presieduta dal rettore mons. Timoteo Lugoboni e cantata dai seminaristi. Con una processione, guidata dalla banda dei Buoni Fanciulli del Don Calabria, i presenti raggiunsero la nuova costruzione per la benedizione impartita dal vescovo Cardinale. Furono posizionati una predella in legno e un altare: mancava, infatti, una chiesa.
E così, il 13 agosto di novant’anni fa, una solenne cerimonia suggellò l’intitolazione, portando sull’altare le reliquie della Beata Vergine, di san Giuseppe, degli apostoli e dei santi Zeno, Timoteo, Pietro martire, Girolamo Emiliani, Carlo Borromeo, Filippo Neri, Luigi Gonzaga, Giovanni Maria Vianney, Giovanni Bosco e Teresa del Bambin Gesù.
Già dall’estate 1933 i seminaristi, che il primo anno furono ben 260, cominciarono a salire in Lessinia per trascorrere le vacanze: consuetudine che si ripeterà, ogni estate, fino alla Seconda Guerra mondiale, durante la quale nella struttura furono ospitati i ragazzi delle medie e del ginnasio, mentre i giovani del liceo e della teologia trovarono alloggio a Bussolengo.
Una scelta che si rivelò provvidenziale perché l’8 febbraio 1944, verso le 13, quattro bombe d’aereo colpirono il Seminario vescovile: restarono vittime il rettore mons. Lugoboni, che si era fermato a pranzo arrivando da Bussolengo, prima di salire a Roverè, e due inservienti. La grande casa sul monte Recamao divenne quindi sede del Seminario minore, fino all’inaugurazione nel 1960 della struttura di San Massimo.

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