Il Garda che vediamo dalla riva è soltanto una parte di quello che esiste sotto la sua superficie. Il Benaco è infatti un ambiente in continuo mutamento, nel quale temperatura delle acque, vegetazione, pesci, molluschi e microrganismi intrecciano relazioni capaci di modificarsi nel tempo. Parliamo di un ecosistema vivo, dinamico e – entro certi limiti – resiliente.
Tuttavia tutto questo è sorretto da un equilibrio delicato, che negli ultimi decenni ha mostrato diversi segnali di sofferenza. A raccontarlo sono diversi fenomeni che riguardano in particolare la sua fauna. Ne è un esempio il fenomeno dell’alborella, piccolo pesce gregario che fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso formava nel Garda banchi enormi e apparentemente inesauribili, per poi quasi scomparire nel giro di pochi anni. Una vicenda per la quale è difficile individuare un unico responsabile.
Filippo Gavazzoni, appassionato studioso del Benaco nonché consigliere comunale a Peschiera del Garda con delega alla Tutela del lago, ha provato a ricostruirne la storia mettendo insieme osservazioni e fonti scientifiche: «Già ne Il Benaco di Floreste Malfer, pubblicato nel 1927 – ci fa sapere – si trovano dettagliate osservazioni sulla riproduzione dell’alborella; gli studi dell’ittiologo Enzo Oppi, condotti tra il 1974 e il 1988 e raccolti nelle Ricerche sui Pesci del Lago di Garda, descrivevano invece una popolazione ancora in crescita negli anni Settanta. E nel 1995 L’Ittiofauna del Lago di Garda del biologo Ivano Confortini non segnalava ancora un suo declino».
Poi qualcosa è cambiato. L’abbassamento dei livelli del lago durante il periodo riproduttivo, spesso indicato come possibile causa per l’esposizione delle uova deposte in acque bassissime, da solo non sembra spiegare un fenomeno tanto repentino. Nel frattempo sono mutate la qualità delle acque e le condizioni dei litorali e sono comparse nuove specie aliene, dai gamberi americani alle vongole asiatiche, capaci di predare le uova o competere per le stesse risorse alimentari.
«Certe situazioni attuali, come il calo della biodiversità di alcune specie ittiche, possono aver radici profonde e multifattoriali – osserva Gavazzoni – e l’alborella non è sola: insieme a lei si sono fortemente ridotte o quasi perse specie come triotto, barbo, cobite, spinarello, gobione e gambero di fiume autoctono, meno conosciute perché di scarso interesse commerciale, ma tutt’altro che secondarie nell’equilibrio complessivo del lago».
A complicare ulteriormente il quadro c’è oggi il pesce siluro, specie aliena censita nel Garda già nel 1988, la cui presenza è però aumentata esponenzialmente negli ultimi cinque anni. Predatore posto al vertice della catena alimentare, può raggiungere dimensioni notevoli e il suo incremento ha acceso il dibattito sulla necessità di interventi di contenimento. Attenzione però a non trasformarlo nell’unico imputato: «L’aumento improvviso di questo pesce diventa un problema, ma resta un problema tra i tanti, non il problema», sottolinea Gavazzoni. Il rischio sarebbe concentrare sul siluro attenzione e risorse dimenticando la progressiva perdita degli habitat e della vegetazione litoranea indispensabili alla riproduzione delle specie autoctone.
Per comprendere quanto il Garda sia tutt’altro che immobile, basta guardare l’acqua stessa. Nel 2026, dopo circa vent’anni, si è verificato un rimescolamento completo della colonna d’acqua: il raffreddamento delle acque superficiali ne ha favorito la discesa verso il fondo, trasportando ossigeno in profondità e riportando verso la superficie nutrienti accumulati sul fondale. Una sorta di grande “ascensore” naturale, che ha già determinato un aumento di circa un terzo dell’ossigeno sul fondo.
È forse questa l’immagine che meglio racconta il Benaco: un organismo complesso, capace di trasformarsi e reagire. La sua resilienza, però, non significa invulnerabilità. Per questo proteggere la biodiversità significa guardare non soltanto alle specie più visibili o problematiche, ma all’intero sistema: acque, canneti, vegetazione sommersa, fondali, zone di riproduzione e quella moltitudine di piccoli organismi dai quali dipende, silenziosamente, la salute del più grande lago d’Italia.
E allora, quale Garda potremmo avere domani? Gavazzoni prova a immaginarne uno nel quale la rinaturazione dei litorali, la ricostruzione delle aree vegetali, una gestione dei prelievi ittici legata alla produttività del lago e il lavoro degli incubatoi riescano a ricostruire biodiversità e biomassa. Non una previsione, precisa, ma uno scenario possibile, perché le condizioni per cambiare rotta esistono.
Custodire il Garda significa allora pure questo: riconoscere che la sua capacità di rigenerarsi non ci esime dalla responsabilità di accompagnarla. Un lago vivo può cambiare, adattarsi e sorprendere. Ma il Garda che consegneremo a chi verrà dopo di noi dipenderà anche dalle scelte che sapremo compiere oggi.