A spasso con nonna Bigia in un tempo che non esiste più

Un libro di memorie ripercorre una vicenda umana e uno spaccato di società nella frazione di Sant'Andrea di Badia Calavena

| DI Marta Bicego

A spasso con nonna Bigia in un tempo che non esiste più
Luigia: Bia per i compaesani, Bigia per i nipoti. Luigia è anche la nonna di tutti noi che ci soffermiamo sui dettagli di una fotografia in bianco e nero; che guardiamo le architetture di una contrada della Lessinia pensando a come si viveva lì quando a riscaldare le case era solo il tepore del camino e per andare in bagno bisognava camminare fino al limite del bosco; che preferiamo le atmosfere del passato a quelle troppo artificiose dell’Intelligenza artificiale. Senza nostalgie, ma con il desiderio di custodire nella mente e nel cuore storie, aneddoti, ricordi, cantilene ascoltate su un lettore morbido di trapunte. Questo è il sentimento che ha guidato Stefania Zerbato nel raccontare di “sua” nonna Luigia nel libro A spasso con la Bigia. Storie de done, strie, gòti e butelèti (Scripta Edizioni 2025). Il volume è stato presentato mercoledì 25 marzo, alle 18.45, agli incontri letterari “Pagine vive” in programma alla biblioteca comunale di Borgo Trieste, in via Marcantonio della Torre 2A, a Verona. 
Là, in Lessinia. È la prima pubblicazione nel mondo della narrativa per Zerbato, arilicense di nascita: imprenditrice che disegna progetti di transizione ecologica e sviluppo turistico; giornalista, docente universitaria che tra i vari incarichi ha collaborato con la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico della Fondazione Toniolo. Sebbene cresciuta a Peschiera del Garda, periodicamente le radici la riportano in Lessinia. Nel paese di Sant’Andrea di Badia Calavena dove in contrada Zami viveva la nonna Bigia: «Si andava là», dice, dove uno dei suoi fratelli ha scelto di trasferirsi a vivere. «Tutti noi eravamo molto legati alla nonna paterna. Io in modo particolare, perché anche quando frequentavo l’università e lavoravo nella pasticceria di famiglia che mio papà ha aperto a Vago di Lavagno, appena avevo un attimo di tempo mi rifugiavo da lei», ricorda Zerbato. C’è un sottile filo rosso a mantenere tuttora resistente questo legame familiare: le storie che hanno permesso di tratteggiare la figura della Bigia a chi non l’ha mai conosciuta e di ravvivare la memoria in chi invece l’ha conosciuta. Una mamma che ha messo al mondo sei figli senza vedere ostetriche, dottori né sale parto. Una persona generosa, altruista, progressista rispetto ai tempi nei quali è vissuta. Una donna possente, energica, vitale e di grande umanità che era “capace di nascondere i suoi problemi dietro a un sorriso solare, ottimista”, come la descrive la maestra di Sant’Andrea, Clementina Presa, nella prefazione del volumetto. 
Genuinità di paese. Scorre la narrazione e si ricorrono gli aneddoti che accompagnano tra luoghi, situazioni e tradizioni. Zerbato descrive quando suo fratello guarì da un grave eczema grazie a un decotto a base di erbe da lasciare in infusione e filtrare, somministrato dal prete di Sprea, don Luigi Zocca. Le settimane dedicate alla fienagione, a far su el fien, tra l’erba spagna con i suoi fiori color malva e il verde del trifoglio. Avvincente (altroché serie televisive) era la preparazione di salami, cotechini e soppresse che avveniva tra cortili e cantine. «Per noi bambini era tutta una scoperta vedere lo squartatore dal lungo coltello che apriva la pancia al porco appeso a testa in giù e raccoglieva il sangue fumante nel catino. Il macellaio pazzo separava i tagli di carne dalle ossa. Il tritatore macinava e mescolava gli ingredienti secondo una ricetta dalle dosi gelosamente custodite. Il “gonfiatore di palloncini” soffiava nei budelli per verificarne la tenuta prima di riempirli del sacro impasto. L’abile legatore si arrangiava tra spaghi e nodi per trasformare quell’insaccato anonimo nel salame bello e finito con piega, forme, lacci che lo stringono e anello per appenderlo». Scene indelebili, come quelle che l’autrice associa all’antica Fiera dei bogoni tra bancarelle di primizie e divertimenti, ad esempio riuscire ad infilare un anello nel collo di un’oca e tornare a casa con il pennuto al guinzaglio. «O quella volta che mi ero azzardata ad andare in bagno da sola, quando il bagno non era in casa, ma in una latrina di legno nel prato», finendo protagonista di una disavventura in quello scatolotto di assi di legno, la cui esatta collocazione era anticipata da un tremendo fetore. E ancora le partite a carte, quando la nonna toglieva il grembiule, si sedeva al tavolo da gioco e si immedesimava nel ruolo di giocatrice incallita, con le carte in una mano e il grappino sul tavolo da sorseggiare. Poi gli acquisti al mercato di Badia Calavena. La corte della contrada animata dallo scorrazzare delle galline. Il pranzo servito in tavola al rintocco delle campane del mezzogiorno. Le visite al cimitero per non lasciare troppo tempo sole le povere anime dei defunti. 
Una donna del 1919. «Grazie a questo libro, che non intende scontare facili nostalgie – personalmente ho sempre fretta del domani e poco sono incline a sentimentalismi – ho recuperato consapevolezza di una stirpe fiera e battagliera che metteva sempre un passo davanti all’altro, con lo sguardo dritto al futuro, pronto a reagire e progredire. Una spinta rivoluzionaria e partigiana quella che la Bigia, pur calcando le tradizioni, ha trasmesso a figlie e figli», annota Zerbato. Una donna del 1919, consapevole di sé e del proprio ruolo. Un po’ la nonna di tutti noi.

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