Più bello da ascoltare che da vedere

Più bello da ascoltare che da vedere
Bradley Cooper dev’essere uno che ama vincere facile. Per il suo esordio dietro la macchina da presa, infatti, ha scelto di lavorare sul quarto remake di una storia famosissima nel cinema americano.
È nata una stella ha una sua prima versione nel 1937 con la regìa di William Wellman e Fredrich March e Janet Gaynor come interpreti principali. Ritroviamo la stessa vicenda nel 1954 con la grandissima Judy Garland e James Mason diretti da George Cukor e nel 1976 con la regìa di George Pierson e l’interpretazione di Barbra Streisand e Kris Kristofferson.
Il canovaccio è noto: c’è una star della musica (rock, in questo caso), che qui si chiama Jackson Maine (lo stesso Bradley Cooper) che incontra la giovane Ally (Lady Gaga) e ne intuisce le enormi potenzialità canore. Diventerà il pigmalione della ragazza, lanciandola nel mondo dello spettacolo, mentre la sua carriera di cantante comincerà una disastrosa china discendente.
È curioso notare come le due donne che hanno segnato in modo decisivo la cultura pop a partire dagli anni Ottanta siano entrambe di origine italiana. La prima, Madonna, si chiama all’anagrafe Louise Veronica Ciccone. La seconda, nota alle cronache artistiche e di costume come Lady Gaga, ha scritto sulla carta di identità Stefani Joanne Angelina Germanotta.
Forse non siamo più un paese di santi, navigatori e poeti, sembrano dirci la scena musicale e il cinema che ne attinge, ma in quanto a musicisti non siamo secondi a nessuno.
A ben vedere, grattando un po’ sotto le apparenze dei vestiti, degli atteggiamenti, delle messe in scena, le capacità musicali sono ben diverse. Madonna è una ottima performer ma solo, a parer nostro, una discreta cantante. Lady Gaga è musicista completa e cantante di grande livello. Ne fanno fede le canzoni debitamente inserite nella colonna sonora di questo film, composte tutte da lei (in collaborazione per i testi con Bradley Cooper) e regalate al pubblico con una splendida intensità sia vocale che interpretativa.
Detto questo, il film non va al di là di un buon esercizio di scrittura e di messa in scena, senza particolari invenzioni né di regìa né di interpretazione.
Si tratta, cioè, di uno di quei prodotti medi costruiti quasi in laboratorio secondo formule ben sperimentate da tempo e quasi sempre efficaci, che però mancano di quell’anima profonda che li renda memorabili.
È cinema da ascoltare (anche con piacere, perché la colonna sonora è comunque al livello della migliore musica pop) ma che sul lato visivo non dice nulla né di nuovo né di particolarmente interessante.

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