L’altro mister: Marco Gaburro e l’arte del continuo ritorno

Dal primo incarico tra i bambini di Pescantina alla quinta promozione in Serie C con il Desenzano

| DI Ernesto Kieffer

L’altro mister: Marco Gaburro e l’arte del continuo ritorno
Nel calcio che corre veloce, dove si cambiano allenatori con la stessa rapidità con cui cambiano i moduli, Marco Gaburro rappresenta a suo modo un’anomalia. Cinque promozioni dalla Serie D alla Serie C, una carriera costruita lontano dai riflettori delle grandi piazze e una curiosità intellettuale che lo ha portato a scrivere libri, saggi e riflessioni sul significato del calcio e della società contemporanea. L’ultima impresa porta la firma del Desenzano – che lo ha confermato alla guida della prima squadra per il terzo anno consecutivo, quello che la vedrà per la prima volta nella storia tra i professionisti, in Serie C –, ma il viaggio del tecnico di Arcè di Pescantina parte da molto più lontano: dai campetti di provincia, dai bambini allenati quasi per caso, da un percorso professionale segnato da continue ripartenze. E oggi, a 53 anni, Gaburro continua a guardare avanti, fedele a un principio che considera fondamentale per chiunque voglia restare in questo mestiere: cambiare, studiare, mettersi in discussione. 
– Mister, con il Desenzano è arrivata quest’anno la quinta promozione dalla Serie D alla Serie C della sua carriera. Che posto occupa questa impresa nella sua storia professionale e personale?
«Un posto importante, prima di tutto perché è la più recente. Nel calcio di oggi si guarda poco al passato e riconfermarsi diventa fondamentale. Sentivo molto la responsabilità di questa sfida. Venivo da due stagioni in Serie C e avevo deciso di fare un passo indietro per provare a risalire. Ho scelto una società economicamente solida ma senza una tradizione professionistica alle spalle, senza una grande tifoseria e senza la pressione che caratterizza altre piazze. Proprio per questo il risultato non era scontato. È una soddisfazione particolare anche nei confronti della proprietà, che inseguiva questo obiettivo da anni».
– Dalla Poggese del 2001 al Desenzano del 2026 sono passati venticinque anni. Cosa accomuna tutte queste promozioni e cosa è cambiato nel suo modo di vivere il calcio?
«La promozione con la Poggese appartiene a un’altra vita calcistica. Avevo 27 anni e quella esperienza mi fece capire che allenare poteva diventare un vero lavoro. In mezzo ci sono state tante altre tappe, dalle giovanili dell’Albinoleffe alle salvezze importanti ottenute in categorie difficili. Le ultime quattro promozioni, invece, si dividono in due filoni. Da una parte Rimini e Lecco, piazze storiche che avevano bisogno di ritrovare il professionismo; dall’altra Gozzano e Desenzano, realtà senza precedenti tra i professionisti ma sostenute da progetti molto ambiziosi. L’unica costante è che ho sempre allenato squadre forti. Nel frattempo, il calcio è cambiato tantissimo. Penso soltanto alla costruzione dal basso: una volta era quasi una scelta ideologica, oggi è un elemento che ogni allenatore deve necessariamente considerare».
– Quando conquistò la prima promozione diventò il più giovane allenatore professionista d’Italia. Che ricordo conserva di quel Marco Gaburro poco più che ventenne?
«Era un calcio diverso e anch’io ero una persona diversa. Allenavo giocatori che spesso avevano più esperienza e più anni di me. Questa situazione ha influenzato il mio modo di stare nello spogliatoio. Sono sempre stato piuttosto distaccato, perché quando sei molto giovane devi prima di tutto conquistarti il riconoscimento del ruolo. Col tempo questo atteggiamento è stato visto da alcuni come un pregio e da altri come un limite. Di quel ragazzo ricordo soprattutto la curiosità. Non mi sono mai innamorato delle mie idee al punto da non cambiarle».
– La sua storia inizia quasi per caso, quando qualcuno la nota mentre fa l’animatore del Grest parrocchiale di Pescantina e le propone una squadra di Pulcini. Quanto hanno contato quegli anni?
«Io non arrivavo dal calcio professionistico e nemmeno da una carriera da giocatore. Avevo giocato poco e senza particolari risultati. Venivo dall’esperienza dell’animazione e dell’impegno nel sociale, quindi avevo già una certa sensibilità nei rapporti umani. La parte tecnico-tattica è arrivata dopo. Prima è nata la curiosità verso il gruppo, verso le dinamiche che si creano tra le persone».
– Nel 2006 un grave incidente stradale rischiò di interrompere tutto. Oggi pensa che quell’esperienza abbia cambiato il suo modo di vedere la vita e il calcio?
«Sinceramente avrei voluto che lo cambiasse di più. In quei momenti affronti riflessioni profonde e ti sembra di aver capito quali siano davvero le cose importanti. Poi però la vita quotidiana tende a riportarti dentro le sue logiche. Sono convinto che quell’esperienza abbia lasciato qualcosa, anche se faccio fatica a identificare con precisione che cosa. Forse mi aspettavo una trasformazione più evidente. Se c’è stata, è rimasta soprattutto dentro di me».
– Nei suoi libri emerge spesso una riflessione sul significato del calcio e, più in generale, sulla società contemporanea. Che cosa riesce a raccontare la scrittura che il calcio non le permette di esprimere?
«Quando alleni sei immerso nei problemi della settimana, nelle partite, nella gestione del gruppo. Scrivere permette di fermarsi e riflettere su temi più ampi. È una cosa che mi è sempre piaciuta, anche se nel calcio viene spesso guardata con sospetto. È un ambiente molto autoreferenziale, dove chi esce dagli schemi rischia di essere considerato strano. Però non credo che questo mi abbia mai limitato. Ognuno deve utilizzare la visibilità che possiede per comunicare qualcosa che vada oltre il proprio ruolo».
– A proposito, qual è la sua opinione sullo stato di salute del calcio italiano?
«In questi mesi si è parlato molto della crisi del nostro calcio e spesso si è detto che non abbiamo più talenti. Io non sono d’accordo. Le nazionali giovanili continuano a ottenere risultati importanti e producono giocatori di valore. Il problema arriva nel momento del passaggio al professionismo. Troppi ragazzi trovano poche occasioni per giocare, sbagliare e crescere. Silvio Baldini (ct ad interim della nazionale, ndr) ha avuto il merito di riportare l’attenzione su aspetti come l’appartenenza, l’orgoglio e la motivazione. Al di là dei risultati, credo che il tema centrale sia proprio questo: recuperare un’identità forte e dare ai giovani maggiori opportunità».
– Lei ha allenato generazioni di ragazzi, alcuni dei quali sono arrivati ai massimi livelli. Qual è la qualità umana indispensabile per trasformare un talento in un vero calciatore?
«La fame. Oggi più che mai. Non è una critica ai ragazzi di adesso, ma una constatazione. Viviamo in una società che spesso rende tutto più accessibile e più protetto. Nel calcio, però, la differenza continua a farla la determinazione. Ho visto giocatori tecnicamente molto dotati fermarsi lungo la strada e altri arrivare molto più in alto grazie a una volontà straordinaria. Penso a Belotti negli anni dell’Albinoleffe o a Messias. In entrambi i casi la forza principale era la voglia di emergere. Quando questa motivazione è davvero profonda, riesce a superare tanti limiti».
– Dopo tanti anni tra vittorie, sconfitte, esoneri e ripartenze, qual è la lezione più importante che il calcio le ha insegnato sulle persone?
«Forse che sono rimasto più ingenuo di quanto pensassi. Io continuo a partire dando fiducia a tutti: ai giocatori, ai dirigenti, alle società, ai giornalisti. Se qualcuno tradisce quella fiducia, allora la perde. Oggi sembra funzionare meglio il meccanismo opposto, cioè la diffidenza preventiva. Ma non riesco a comportarmi in quel modo. Ogni tanto ci rimetto, però preferisco continuare a credere nelle persone».
– La sua carriera si è sviluppata spesso lontano dai grandi riflettori, ma con una continuità rara. Nel calcio di oggi c’è ancora spazio per percorsi costruiti con pazienza e competenza?
«Il sistema premia soprattutto il risultato immediato. Gli allenatori sono probabilmente la categoria più fragile del calcio. Se guardo a chi allenava con me venticinque anni fa, vedo che pochissimi sono ancora in attività. Il calcio consuma rapidamente le persone. In parte, però, la responsabilità è anche nostra. Spesso accettiamo compromessi pur di restare dentro certi meccanismi e finiamo per perdere la nostra identità. Alla fine, il rischio di uscire di scena rimane comunque. Per questo credo che valga la pena restare fedeli a ciò che si è».
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