La lezione olimpica di Ghiotto: vincere e ricominciare

L’olimpionico nel pattinaggio sul ghiaccio ripercorre la sua Milano Cortina tra fallimento e successo

| DI Ernesto Kieffer

La lezione olimpica di Ghiotto: vincere e ricominciare
Le Olimpiadi di Milano Cortina sembrano già un ricordo lontano. Eppure, a guardare il calendario, sono ancora lì: abbastanza vicine da essere ancora materia di cronaca, abbastanza recenti da portarsi addosso nomi, volti, podi. È strano come funzioni la memoria sportiva: l’edizione più ricca di medaglie per l’Italia produce “eroi” che durano il tempo di un titolo, prima che il rumore di fondo li risucchi. Bastano poche settimane di campionato, una polemica arbitrale, l’ennesima ferita del nostro calcio che non riesce a qualificarsi ai Mondiali e il conseguente “giro” di critiche e promesse, e quei successi gloriosi scivolano ai margini, archiviati come una parentesi luminosa ma già chiusa. Rimane una sensazione: che lo sport sappia regalare un altrove, ma che l’altrove duri poco.In questo scarto tra l’eccezionale e il quotidiano si inserisce l’incontro di Peschiera del Garda, negli spazi della Zenato Winery, in cui il protagonista è stato Davide Ghiotto, campione olimpico nel pattinaggio di velocità e uno dei simboli di quella spedizione. Un talk in cui ci si aspetterebbe un discorso tutto centrato sull’oro, sull’apice, sulla consacrazione. Invece, quando il dialogo entra nel vivo, il punto di partenza è una ferita: i 10.000 metri per i quali «mi preparavo da otto anni» e... il sesto posto finale. Ghiotto non lo maschera, non lo addolcisce, non lo mette in cornice ma ne parla con una naturalezza quasi spiazzante, come se la parola “fallimento” non fosse un’ombra da scansare ma un dato da attraversare per capire cosa viene dopo. Anche quando prova a spiegare cosa sia mancato, il discorso resta limpido: autocritica, responsabilità personale, perfino il sospetto di essersi sentito “arrivato”. «Forse nell’ultimo anno non ho avuto la stessa fame di prima. Ho sottovalutato gli avversari e sopravvalutato me stesso».
L’Olimpiade della delusione e quella dell’oro. Quella di Milano Cortina è stata la sua terza Olimpiade. La più densa, emotivamente. Della Corea, a PyeongChang 2018, ricorda l’esordio e la tensione legata al contesto geopolitico, mentre della Cina, a Pechino 2022 ancora alle prese con il flagello della pandemia mondiale da Covid-19, la memoria va soprattutto all’isolamento e la paura costante di un tampone positivo. L’edizione italiana, invece, ha avuto un peso diverso fin dall’inizio della preparazione. «Quando vuoi arrivare a fare risultato entri quasi in una forma di isolamento già settimane prima». Eppure, per lui, il punto di svolta resta la caduta nei 10.000 metri: la gara nella quale era dato per favorito. «Credo di non essere arrivato preparato mentalmente come avrei dovuto. Negli ultimi anni avevo dominato la specialità e forse questo mi ha portato a pensare di essere già arrivato». La lucidità con cui racconta quella sconfitta è uno dei passaggi più incisivi del suo intervento: non un inciampo, ma un errore di approccio. «Lo sport è così: non puoi sentirti vincitore prima di aver tagliato il traguardo». Dopo la gara si chiude in camera, evitando quasi tutti. «Non riuscivo a dormire». Poi, pochi giorni dopo, arriva l’oro nell’inseguimento a squadre. Ed è proprio il carattere collettivo della prova, spiega, ad avergli rimesso ordine in testa: «Da solo, forse, sarebbe stato più difficile rialzarmi», ammette. «Ma lì dovevo qualcosa ai miei compagni». Nel racconto della gara a squadre emerge tutta la complessità tecnica di una disciplina poco conosciuta in Italia. Ghiotto è il primo della fila, quello che detta il ritmo e le traiettorie; dietro, gli altri due devono affidarsi ai suoi movimenti. «Io entro sempre nello stesso punto della curva. Se sbaglio anche di poco, comprometto la gara degli altri». In pista quasi non si parlano: la comunicazione passa dai suoni, dal rumore delle lame sul ghiaccio. «Capisco la distanza degli altri dal rumore che sento dietro». L’Italia parte in svantaggio contro gli Stati Uniti, ma la strategia è chiara: restare regolari fino all’ultimo giro, senza cali improvvisi. «Loro tendevano a rallentare nel finale, noi invece restavamo più costanti». Quando intuisce che il recupero è possibile, Ghiotto cerca solo un segnale: il verde del tabellone in fondo alla pista. I tempi non li distingue nemmeno. «Ho pensato solo a continuare».
Il problema delle strutture. Tra i temi affrontati durante la serata, quello che Ghiotto considera più urgente riguarda però il futuro del movimento italiano. «Le Olimpiadi non hanno cambiato nulla dal punto di vista delle strutture». Il riferimento è soprattutto alla mancanza di piste coperte adeguate per allenarsi. Lui e i compagni, racconta, trascorrono più di 250 giorni all’anno all’estero per prepararsi. «Per la Federazione è uno sforzo economico enorme, ma oggi non abbiamo alternative». La speranza iniziale era che i Giochi lasciassero in eredità una struttura stabile a Baselga di Piné; secondo Ghiotto, invece, il nodo resta nei numeri ridotti del movimento italiano. «Mantenere una pista coperta comporta costi altissimi. Senza un circuito forte di gare e attività rischierebbe di diventare inutilizzata». La conseguenza, aggiunge, è che molti ragazzi si allontanano da questo sport prima ancora di iniziare davvero: «Se un bambino deve allenarsi all’aperto d’inverno, magari sotto la pioggia, è facile che scelga altro».C’è poi un passaggio, nella parte finale delle domande, che sposta l’attenzione dai Giochi ai ragazzi e ai genitori sugli spalti. Il consiglio di Ghiotto è semplice e, a sentirlo, anche controcorrente: lasciare che lo sport resti sport il più a lungo possibile. Non trasformare a dieci o dodici anni ogni domenica in un verdetto, non caricare il bambino di aspettative che appartengono agli adulti. Vincere presto, dice, serve a poco: resta «la coppetta in camera», mentre la pressione rischia di bruciare entusiasmo e continuità. Meglio che le gare siano un posto dove si va perché ci sono gli amici, perché piace «farsi il proprio giro di pista», indipendentemente dal risultato. La fame, quella vera, può arrivare dopo, quando comincia la categoria assoluta e quando lo sport chiede scelte e responsabilità: gestire il tempo tra scuola e allenamenti, rispettare un impegno preso, imparare a perdere e a rialzarsi. È anche così, sostiene, che si costruisce un atleta. E prima ancora una persona.Sul futuro Ghiotto resta prudente. L’obiettivo dichiarato è arrivare alle Olimpiadi del 2030, ma senza proiezioni troppo lunghe. «Preferisco ragionare per cicli di due anni». Prima ci sono da ritrovare i 10.000 metri, «una questione rimasta aperta». Poi c’è la responsabilità di confermarsi nella gara a squadre. Nel 2030 avrà 37 anni: un’età ancora possibile nel pattinaggio di velocità, ma che impone verifiche continue. «Tra due anni capirò se sarò ancora competitivo per un podio olimpico». Nel frattempo, resta l’immagine conclusiva della sua Olimpiade: quella da portabandiera alla cerimonia di chiusura, proprio nella nostra Verona, in Arena. Una scelta arrivata a sorpresa, poche ore dopo l’oro. «Il presidente del Coni me l’ha chiesto subito dopo la gara. E io non potevo certo dire di no». Anche lì, però, il ricordo più nitido non è la celebrazione, ma un dettaglio concreto, quasi fisico: «L’asta della bandiera era pesantissima».

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