In un libro del prof. Allegri il gioco più amato e popolare è visto quale metafora sociale e linguaggio condiviso dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Settanta
Ci sono state stagioni in cui alcune esperienze hanno funzionato come veri e propri alfabeti collettivi. Prima della moltiplicazione dei media e della frammentazione dei linguaggi, il Novecento italiano ha conosciuto pratiche capaci di attraversare classi sociali, territori e generazioni, offrendo codici comuni di riconoscimento. Il calcio è stato una di queste. Non solo uno sport, ma un luogo simbolico in cui si sono concentrati conflitti, aspirazioni, modelli di comportamento e forme elementari di educazione civile.
Dentro quel perimetro di gioco (spesso improvvisato, talvolta regolato, sempre vissuto con intensità) si è formata una parte consistente dell’immaginario nazionale. Il calcio ha offerto per decenni una grammatica semplice e condivisa per interpretare il mondo: vincere e perdere, accettare le regole, riconoscere la differenza di forza, misurarsi con l’altro all’interno di un quadro comune. Una grammatica che ha accompagnato le trasformazioni dell’Italia del dopoguerra e che continua a lasciare tracce nel presente.
È in questo orizzonte che si colloca Calcio di addio e altri ricordi, il libro di Mario Allegri, professore emerito di Letteratura italiana all’Università di Verona. Il volume non si presenta come un saggio sul calcio né come un’autobiografia tradizionale. Allegri sceglie consapevolmente una forma incompleta, concentrata su quella parte della sua vita segnata in modo decisivo dal gioco e dal contesto sociale che lo circondava, tra gli anni Cinquanta e Settanta. Uno “spezzone” temporale che, come osserva Maurizio Pedrazza Gorlero nella prefazione, non ha mai smesso di animare lo sguardo dell’autore.
La copertina del volume
Il calcio diventa così una grande metafora sociale. Nelle sue regole e nelle sue dinamiche, la competizione sportiva simula la gestione del conflitto, sottoponendo la differenza di forza a un sistema di composizione condiviso. Allegri non espone questa idea in forma teorica, ma la lascia emergere attraverso la memoria: le prime partite giocate da ragazzi, i campi di fortuna, le discussioni su un fallo, i ruoli che si assumono o che vengono imposti. Il gioco si rivela uno spazio di apprendimento informale, in cui si interiorizzano norme, gerarchie, possibilità di trasgressione.
Il racconto personale si intreccia costantemente con la storia collettiva. L’Italia che affiora dalle pagine è quella della ricostruzione e del boom economico, ma anche delle disuguaglianze e delle tensioni sociali. Il calcio non appare come una fuga dalla realtà, bensì come un luogo in cui la realtà si riflette e si rende più leggibile. Le dinamiche del campo rimandano a quelle della società, in una relazione continua fra gioco e mondo.
La scrittura di Allegri porta il segno di una lunga esperienza accademica. Dopo oltre quarant’anni di insegnamento universitario tra Padova e Verona, con studi che spaziano da Dante al Futurismo, l’autore applica al calcio la stessa attenzione riservata ai testi letterari. Il risultato è una lingua controllata, priva di enfasi, capace di tenere insieme precisione analitica e partecipazione emotiva. Il racconto procede per associazioni e ritorni, come se il tempo non fosse una linea retta ma una trama in cui passato e presente continuano a dialogare.
Uno dei fili più significativi del libro è il rapporto fra calcio e narrazione. Allegri riflette, spesso in modo implicito, su cosa significhi raccontare il gioco, su come il ricordo personale, la cronaca e l’interpretazione culturale possano convivere nello stesso spazio testuale. In questo senso Calcio di addio e altri ricordi restituisce dignità narrativa a un fenomeno spesso relegato a intrattenimento o a cronaca minore. In tale passaggio si avverte anche una riflessione più ampia sul tempo: il calcio come esperienza lenta, ripetuta, costruita sulla presenza fisica e sull’attesa, lontana dalla fruizione accelerata del presente. Un ritmo che educava allo stare insieme e alla durata, a riconoscere l’altro attraverso il gesto, la parola detta sul campo, l’errore condiviso, lasciando tracce profonde nel modo di percepire le relazioni.
In filigrana emerge anche una concezione della cultura come esperienza condivisa. Non è un caso che Allegri sia stato tra i primi a realizzare maratone letterarie non-stop in collaborazione con la Fondazione Aida, coinvolgendo migliaia di lettori in Italia e in Europa. La stessa tensione attraversa il libro: raccontare un’esperienza individuale per trasformarla in patrimonio comune, riconoscibile da chiunque abbia vissuto il calcio come parte della propria formazione.
Il titolo suggerisce un addio, ma non un congedo definitivo. L’addio riguarda piuttosto una forma di calcio e un tempo storico che non esistono più. Allegri evita sia la nostalgia compiaciuta sia la condanna del presente. Preferisce interrogare il passato per comprendere il senso delle trasformazioni, mostrando come quel gioco continui a fornire strumenti di lettura della realtà, anche quando le condizioni sono profondamente cambiate.
Calcio di addio e altri ricordi si colloca così oltre il genere sportivo e oltre l’autobiografia. È un libro che parla di educazione, di società e di memoria usando il calcio come lente per osservare ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. E lascia al lettore una domanda aperta, che va ben oltre il campo di gioco: quali sono oggi i luoghi, i riti e i linguaggi capaci di svolgere la stessa funzione formativa e collettiva che il calcio ha avuto per intere generazioni?
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