Tra i maestosi paesaggi della Norvegia, la Gran fondo di Trondheim – andata in scena alcune settimane fa – ha unito sport, spiritualità e dialogo tra culture diverse. È l’esperienza vissuta da don Nicola Agnoli, 47enne sacerdote veronese oggi in servizio presso il Dicastero per le Chiese orientali, che ha percorso 130 chilometri con la delegazione di Athletica Vaticana. Inserito nel circuito ufficiale de L’Étape du Tour de France, l’evento ha richiamato circa quattromila ciclisti da diversi Paesi ed è stato promosso nel cammino verso il Giubileo nazionale norvegese del 2030, dedicato al millenario della morte di sant’Olav, figura centrale per la storia cristiana del Paese. La presenza vaticana, coordinata dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, non si è limitata alla gara: nei giorni precedenti ci sono stati incontri con le autorità locali, riflessioni sul valore educativo dello sport e occasioni di dialogo con la comunità cattolica di Trondheim.
– Don Nicola, come è nata la proposta di partecipare a questa Gran fondo di Trondheim e che cosa l’ha spinta ad accettare una sfida così impegnativa?
«È nata innanzitutto dalla passione per la bicicletta, arrivata dopo tanti anni di calcio e dopo alcuni infortuni che mi hanno portato a cercare uno sport meno traumatico. Mi sono appassionato soprattutto negli anni trascorsi a Verona, quando ero parroco a San Paolo Campo Marzio e seguivo la pastorale universitaria. Arrivato a Roma ho avuto la fortuna di trovare un gruppo ciclistico straordinario, la Vatican Cycling, che fa parte di Athletica Vaticana. Attraverso questa realtà, che riunisce diverse discipline sportive, è nata la possibilità di partecipare a questa manifestazione internazionale organizzata dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Ho preso parte a questa esperienza insieme a monsignor Antons Prikulis della Segreteria di Stato. È stata un’occasione preziosa per vivere lo sport anche come momento di incontro e rappresentanza della Santa Sede».
– Prima della partenza avete vissuto un momento di preghiera secondo le intenzioni del Papa. Che valore assume la preghiera all’interno di una manifestazione sportiva con migliaia di partecipanti?
«Questa è una delle particolarità di Athletica Vaticana. È una federazione sportiva riconosciuta a livello internazionale, ma non è presente soltanto per motivi agonistici. Anzi, la competizione passa in secondo piano rispetto alla testimonianza di una spiritualità cristiana vissuta attraverso lo sport. L’obiettivo è promuovere il dialogo e la pace. Lo sport è spesso una metafora della vita e per questo pregare all’inizio di ogni manifestazione o competizione diventa un modo concreto per esprimere la propria fede e la propria testimonianza».
– 130 chilometri in bicicletta richiedono preparazione, costanza e sacrificio. Ci sono aspetti di questa esperienza che le hanno ricordato il cammino della fede e del ministero sacerdotale?
«Assolutamente sì. Quando inizi a praticare il ciclismo scopri che esistono modi diversi di affrontare la strada: puoi andare molto forte per poco tempo oppure mantenere un ritmo meno intenso ma più costante. Nella vita è un po’ la stessa cosa. Percorrere 130 chilometri significa dosare le energie, conoscere i propri limiti e accettare che non tutto arrivi subito. È un’immagine molto vicina anche alla vocazione. Le cose importanti non si misurano sui tempi veloci del mondo, ma sui tempi lunghi di Dio. Per arrivare a un traguardo così serve pazienza, e lo stesso vale per la vita sacerdotale: servono costanza, fatica e capacità di attendere per vedere i frutti di ciò che si semina ogni giorno. Nelle lunghe distanze arrivano inevitabilmente anche momenti di difficoltà, quando le energie sembrano diminuire e la fatica si fa sentire. In quei momenti il segreto è alimentarsi bene, assumere ciò che serve davvero al fisico per continuare il percorso. Credo che questo valga molto anche per la vita e per la vocazione: le crisi non si superano semplicemente resistendo o stringendo i denti, ma imparando a nutrirsi di ciò che dà energia buona allo spirito. Solo così si riesce ad andare oltre la fatica e a continuare il cammino verso il traguardo».
– Trondheim è una città legata alla figura di sant’Olav e alla tradizione del pellegrinaggio nel Nord Europa. Che cosa l’ha colpita maggiormente di questo contesto spirituale e culturale?
«La prima cosa che mi ha colpito è stata la passione dei norvegesi per lo sport. È un Paese che vive lo sport come un valore aggiunto per la società e per la cultura. Allo stesso tempo è stato sorprendente vedere come una ricorrenza religiosa, il millenario della morte di sant’Olav, venga trasformata in un’occasione di crescita culturale, sociale e sportiva. Pur essendo un Paese laico e a maggioranza evangelica, la dimensione spirituale non viene relegata in secondo piano, ma diventa parte integrante di un progetto più ampio che coinvolge tutta la comunità».
– In che modo lo sport può diventare uno strumento di dialogo e di evangelizzazione, soprattutto in contesti internazionali e lontani dalla vita ordinaria delle parrocchie?
«Credo che l’intuizione di papa Francesco nel sostenere la nascita di Athletica Vaticana si sia rivelata vincente. Noi non partecipiamo alle competizioni per conquistare necessariamente i primi posti, e questo nel mondo sportivo di oggi può sembrare insolito. Cerchiamo piuttosto di vivere lo sport dando il meglio di noi stessi, ma nel pieno rispetto degli altri. Non si tratta di arrivare ultimi, ma di valorizzare le capacità di ciascuno. In questo modo lo sport diventa occasione di dialogo, di conoscenza reciproca e anche di testimonianza di un volto di Chiesa autenticamente umano, capace di condividere la vita delle persone e la cultura contemporanea».
– Durante questi giorni avete incontrato autorità civili, realtà ecclesiali e una comunità cattolica locale piccola ma in crescita. Che immagine della Chiesa si porta a casa dalla Norvegia?
«Mi porto a casa l’immagine di una Chiesa molto aperta al dialogo e all’ascolto delle differenze. La comunità cristiana norvegese è in maggioranza evangelica, ma la presenza cattolica e quella di altre confessioni religiose sono rispettate e valorizzate. Durante questo evento sportivo, organizzato dalle autorità civili e sportive, erano coinvolte tutte le realtà religiose presenti sul territorio. Ho percepito che le Chiese, grandi o piccole che siano, vengono considerate una risorsa per la società e non qualcosa da tollerare per ragioni storiche. È una visione che valorizza il contributo che ogni comunità religiosa può offrire al bene comune».
– Se dovesse sintetizzare questa esperienza in un messaggio per i giovani, specialmente per quelli che praticano sport, quale sarebbe l’insegnamento più importante che si porta dietro da Trondheim?
«Direi innanzitutto di divertirsi. Se manca il divertimento, lo sport perde gran parte del suo valore. Il divertimento aiuta a crescere e rende sana la competizione. E poi ricordare che lo sport non è il fine della vita, ma uno strumento per comprenderla meglio. Attraverso i suoi simboli e le sue dinamiche, lo sport racconta molto bene quella che è la grande sfida della vita che ciascuno di noi ha ricevuto in dono».