Una maglia può arrivare all’improvviso, ma non nasce mai per caso. Domenica scorsa, nel Campionato italiano Under 23 – Trofeo Città di Lucca di ciclismo su strada, il veronese Mattia Negrente, 21 anni, di Cerro Veronese (di Prè Magri, per la precisione) ha raccolto il frutto di anni di lavoro, chilometri, attese e rinunce in un solo risultato: la maglia tricolore. Il corridore della XDS Astana Development Team, al termine di una corsa esigente, è riuscito infatti a coronare il sogno inseguito fin da bambino e a conquistare l’ambito titolo.
– Mattia, a distanza di qualche giorno ha già realizzato di essere il nuovo campione italiano Under 23? Qual è stata la prima emozione che ha provato appena tagliato il traguardo?
«In realtà non penso di averlo ancora realizzato del tutto. Poco alla volta sto iniziando a farlo, però era un sogno talmente grande, che avevo fin da quando ero piccolino, che credo servirà ancora un po’. Negli ultimi venticinque metri di gara ho pensato: “Non ci credo, sto per vincere il Campionato italiano”. È stato davvero un momento in cui mi sono detto: “Wow”».
– A Lucca il percorso era duro e selettivo, reso ancora più complicato dal caldo estremo. Quando ha capito che il titolo poteva davvero essere alla sua portata?
«Negli ultimi due giri, quando ho visto che stavo davvero bene in salita. In quel momento ho capito che la gamba girava molto bene e che si poteva puntare al massimo».
– La sua squadra ha interpretato la corsa in maniera perfetta dal punto di vista tattico. Quanto è stato determinante il lavoro dei suoi compagni nel successo finale?
«Abbiamo fatto un lavoro davvero eccellente. Siamo stati perfetti in ogni momento, sempre uniti e capaci di correre da squadra. È stato determinante, soprattutto Matteo Scalco nel finale. Eravamo in sei in fuga e avere un compagno con me significava tanto, sia moralmente, perché non ti senti solo, sia dal punto di vista tattico. Il nostro piano era che lui continuasse ad attaccare per provare ad arrivare da solo. Se invece si fosse arrivati allo sprint ristretto, sarei stato io a giocarmi la volata. Quando abbiamo capito che sarebbe andata così, lui ha continuato ad attaccare fino all’ultimo chilometro. È stato fondamentale, perché ha costretto gli avversari a spendere tante energie e io sono riuscito ad avere qualche forza in più per lo sprint».
– Questo è il risultato più importante della sua giovane carriera. Che cosa rappresenta per lei, anche pensando ai sacrifici degli ultimi anni?
«Avevo già vinto gare importanti, ma il Campionato italiano è qualcosa di diverso per rilevanza, bellezza ed emozioni. È una corsa che tutti vogliono vincere, perché mette in palio il titolo più importante per un corridore italiano. Per arrivare qui i sacrifici sono tantissimi. Io, per esempio, ero lontano da casa da un mese e mezzo e non è stato semplice. Alla fine, però, quei sacrifici sono stati ripagati…».
– Che responsabilità sente di avere nell’indossare la maglia tricolore?
«Ho sempre avuto una grande ammirazione per chi la indossava, perché sapevo quanto fosse importante conquistarla. È chiaro che senti qualche responsabilità in più e magari qualcuno, d’ora in poi, si aspetterà anche qualche risultato in più da parte mia. Personalmente, però, non cambia molto. Correndo già per una squadra importante come l’Astana, le responsabilità erano elevate anche prima. Tutti ti osservano già per la squadra che rappresenti, quindi questa maglia aggiunge qualcosa, ma non credo che mi metterà addosso una pressione particolare».
– A proposito, correre nell’Astana significa confrontarsi ogni giorno con un ciclismo di altissimo livello. In cosa sente di essere cresciuto maggiormente nell’ultimo anno?
«La crescita è continua, non è qualcosa che percepisci da un anno all’altro. Impari nuovi modi di correre e di interpretare le gare. Ti confronti con corridori di altissimo livello e impari tantissimo. Ma cresci anche fuori dalla bici: nella nutrizione, nella preparazione, nella gestione della vita quotidiana. Stare tanto tempo lontano da casa ti fa maturare anche come persona. In squadra conviviamo con italiani, russi, kazaki e tanti altri. Ti confronti continuamente con culture e lingue diverse e questo ti apre davvero la mente».
– Il titolo italiano Under 23 viene spesso considerato il trampolino verso il professionismo. Quanto sente di essere vicino a quel traguardo?
«Anch’io ho sempre visto questa vittoria come un trampolino verso il professionismo. Generalmente chi vince il Campionato italiano poi passa professionista oppure sottoscrive un contratto nell’anno successivo. Mi sentivo già vicino anche prima, perché avevo dimostrato di avere le qualità per arrivare a quel livello. Magari questa maglia mi darà qualche possibilità in più».
– C’è un corridore al quale si ispira particolarmente?
«In realtà cerco di imparare un po’ da tutti, anche dai miei compagni di squadra. Guardo sempre i lati positivi di ogni persona, perché non si smette mai di imparare. Poi è chiaro che Pogacar è un fuoriclasse e rappresenta un riferimento per tutti. Ma ci sono anche tanti italiani, soprattutto all’Astana, come Diego Ulissi o Christian Scaroni, che oltre a essere grandi campioni sono anche due persone straordinarie».
– Arriva da Verona, una provincia che continua a sfornare atleti di alto livello in diverse discipline. Quanto hanno contato il territorio, le società e le persone che l’hanno accompagnata nella crescita?
«Io abito a Cerro Veronese e qui abbiamo pianura, colline e montagne. Dal punto di vista dell’allenamento possiamo fare davvero tutto ciò che ci serve, mentre chi vive in altri contesti magari è più limitato. Poi è stato fondamentale anche il percorso fatto da giovane. Ho avuto la fortuna di crescere in piccole squadre di club che erano vere famiglie, non semplicemente società sportive. Questo, secondo me, fa una grande differenza».
– Guardando al resto della stagione, la maglia tricolore cambierà anche le aspettative con cui si presenterà alle prossime corse?
«Sicuramente sì. Quando ti presenti all’estero con la maglia tricolore hai qualche occhio addosso in più. Magari non tutti ti conoscono personalmente, però quella è una maglia importante, quindi un po’ di attenzione in più ci sarà. E speriamo porti bene».
– Tornando alla gara di Lucca, se ci fosse un’immagine di quel giorno da conservare per sempre, quale sarebbe? La volata, l’Inno di Mameli, il momento in cui ha indossato la maglia?
«In realtà non ce n’è una sola. Da quando ho iniziato la volata in poi, per me, è davvero tutto da ricordare. Anche quello che è successo prima, però, è fondamentale, perché è lì che ho costruito la vittoria. Sono momenti che rimarranno indelebili nella mia memoria».
– Per finire, che messaggio vorrebbe lasciare ai ragazzi che oggi si avvicinano al ciclismo sognando di vincere un giorno, come ha fatto lei, il Campionato italiano?
«Prima di tutto devono divertirsi. Se andare in bici diventa un peso, questo è uno sport difficile. Io anche adesso esco e mi diverto: non è solo un lavoro, ma una passione. Poi servono dedizione, impegno e bisogna credere nelle proprie qualità. Se non credi in te stesso parti già con uno svantaggio. La fiducia nei propri mezzi magari cresce con il tempo, ma è fondamentale. Se una persona non crede davvero in quello che può fare, parte già sconfitta prima ancora della gara».