Per Michele Cherobin (nella foto) la Virtus Verona non è solo una panchina, ma un luogo della memoria. Qui è cresciuto da bambino, qui è tornato da allenatore, oggi – da pochi giorni, al posto di Filippo Damini – alla guida della Primavera, ottenendo all’esordio una meritata vittoria per 3-2 contro la Torres. Un incarico importante, che arriva dopo decenni di campo, settore giovanile e prime squadre nei campionati minori. Tra l’urgenza di centrare la salvezza e il lavoro quotidiano con ragazzi di 17 e 18 anni, Cherobin racconta un ambiente ormai pienamente professionale e una sfida che è insieme tecnica, educativa ed emotiva.
– Mister Cherobin, qual è stata la prima emozione nel prendere in mano la Primavera della Virtus?
«Firmare per quella che è ormai la seconda società di Verona è stato importante. All’inizio, però, ho fatto un po’ fatica a rendermi conto fino in fondo di cosa fosse oggi la Virtus, perché io ci sono nato da bambino e i miei ricordi sono legati ai ritiri estivi, ai giochi, a un calcio che non era ancora professionismo. Poi, entrando in campo e vedendo strutture, organizzazione e staff, ho capito che è una realtà professionale a tutti gli effetti, da dieci anni ormai».
– La Virtus per lei è anche una storia personale. Che valore ha questo ritorno?
«È un ritorno a casa. In Virtus ho fatto tutto: il giocatore, l’allenatore, il dirigente. È un legame di famiglia. All’inizio ero titubante, poi ho scoperto un mondo diverso, più professionale, più affascinante. È impegnativo, ma è una sfida che ti stimola».
– Che impatto ha avuto con l’ambiente e con lo staff?
«Molto positivo. Già in Primavera c’è un match-analyst, due dirigenti accompagnatori, preparatori, allenatori dei portieri. È uno staff di primo ordine, quasi da prima squadra. Questo ti fa capire il livello e ti responsabilizza».
– Lei arriva da tanti anni di prime squadre. Cosa cambia nel lavorare solo con ragazzi di 17 e 18 anni?
«Cambia tutto. Negli ultimi 17-18 anni ho allenato quasi esclusivamente prime squadre, dove magari hai 5-6 giovani e il resto sono giocatori esperti, in qualche caso anche di 35-36 anni. Qui invece sono tutti della stessa età. Cambiano le dinamiche, l’approccio, il modo di comunicare».
– In che senso?
«I giovani di oggi non sono quelli di una volta. Su alcune cose li trovo più maturi, anche dal punto di vista comportamentale. Su altre, invece, un po’ meno svegli, meno scaltri. Ma non vedo quel disagio o quella grande immaturità di cui spesso si parla. Anzi, molti fanno sacrifici enormi: scuola, università, viaggi lunghi ogni giorno. C’è impegno vero».
– Qual è la difficoltà principale nel gestire un gruppo così giovane?
«La percezione del pericolo. A 18 anni non senti davvero cosa voglia dire retrocedere o lottare per salvarti. Chi ha più esperienza lo sa sulla pelle. Qui il lavoro è farli crescere in fretta anche sotto questo aspetto».
– La società le ha indicato obiettivi precisi?
«L’obiettivo principale è la salvezza. Mancano dieci partite e la situazione di classifica impone di pensare prima di tutto a quello. Poi c’è l’idea di evitare i play-out e di costruire fiducia partita dopo partita».
– E sul piano della crescita individuale dei ragazzi?
«La crescita del singolo arriva come conseguenza del lavoro della squadra. Se il gruppo funziona, se arrivano risultati aumenta la fiducia e migliorano anche i singoli. È una catena: il miglioramento della squadra passa da quello individuale e viceversa».
– La Virtus ha sempre attinto dal proprio settore giovanile. In questo gruppo vede elementi pronti per il salto?
«Ovviamente sì, anche se è ancora presto per parlarne. Ma in generale credo che la Virtus possa e debba continuare a pescare dal proprio vivaio. So che nel settore giovanile si lavora bene e, insistendo su questa strada, qualcosa arriverà anche per la prima squadra».
– La sua lunga esperienza può fare la differenza in una situazione delicata come questa?
«Me lo auguro. Non è la prima volta che subentro in corsa per lottare per la salvezza. Mi è successo in Eccellenza, a Belfiore, a Montorio e in altre situazioni difficili ne siamo sempre usciti. Questo vissuto ti aiuta, perché conosci le dinamiche e non improvvisi».
– Si parla spesso della difficoltà dei giovani italiani a trovare spazio. Lei che idea si è fatto?
«Nel dilettantismo l’obbligo dei giovani ha anche delle controindicazioni, perché rischia di abbassare la qualità e creare illusioni. Se un giocatore è bravo, gioca, punto. Nessun allenatore lo tiene fuori. Sul professionismo conosco meno le dinamiche, ma credo serva una riflessione strutturale più ampia. Ho ascoltato tempo fa un intervento del presidente della Federazione Tennis che spiegava come i risultati arrivino dopo rivoluzioni vere, anche dirigenziali, e soprattutto dopo molti anni. Insomma, ci vuole coraggio e pazienza. Ed è un discorso, ovviamente, che vale anche per il calcio».
– Il suo futuro come allenatore dove lo vede?
«L’aspirazione massima resta allenare una prima squadra. Ma devo dire che allenare la Primavera non mi sta dispiacendo affatto. La considero una bellissima esperienza e voglio viverla fino in fondo».
– Ha appena concluso il percorso a Coverciano per il patentino Uefa A. Che esperienza è stata?
«Molto impegnativa ma bellissima. Tre mesi intensi, 192 ore, otto ore al giorno. Ho trovato un clima straordinario, relatori di altissimo livello e un gruppo molto umano, anche tra ex calciatori importanti. A Coverciano nascono anche relazioni e staff, ed è una ricchezza enorme. È stata una sorpresa positiva sotto tutti i punti di vista».
– Per finire, che stagione si aspetta da qui alla fine?
«Mi aspetto una squadra che cresca, che capisca l’importanza del momento e che lotti fino all’ultimo per centrare l’obiettivo. È quello che conta adesso».