Ascesa, ferite e verità di una storia italiana

Nel libro Chievo, un delitto perfetto Campedelli ripercorre trent’anni di calcio, tensioni cittadine e operazioni mancate

| DI Ernesto Kieffer

Ascesa, ferite e verità di una storia italiana
C’è un momento della storia del Chievo in cui la sensazione è quella evocata dal vecchio adagio: il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale. «A un certo punto siamo saliti, e questo non è mai stato perdonato», osserva Luca Campedelli che nel libro Chievo, un delitto perfetto (con il sottotitolo “La verità di Luca Campedelli”), uscito da poco per People, ricostruisce passo dopo passo l’ascesa e la caduta di una squadra di quartiere diventata un vero e proprio caso nazionale. Nel suo racconto affiorano le sue verità, le ombre del sistema, i tanti errori, le ingenuità e le occasioni perdute, ma soprattutto le incomprensioni di una città che non ha mai davvero accettato l’eccezione Chievo come parte del proprio orizzonte calcistico.
Non a caso uno dei passaggi più sofferti riguarda il rapporto con i tifosi dell’Hellas. «Dicevano che volevo soppiantare il Verona, diventare la prima squadra della città», racconta. Un’accusa che considera assurda: «Solo uno che non è proprio così tifoso può pensare che io volessi prendere il posto dell’Hellas nel cuore della città», ha raccontato l’ex presidente del Chievo in occasione dell’affollatissima presentazione fatta alcuni giorni fa alla Libreria Feltrinelli, in centro città, moderata da Lorenzo Fabiano. «Ha vinto uno scudetto, ha una storia più antica. Non ho mai pensato di spodestare nessuno». Sul simbolo della scala o sui colori gialloblù Campedelli sorride amaro: «Sono sciocchezze. Il Chievo ha cominciato a usare il gialloblù negli anni ’50, ben prima che io nascessi». C’è poi l’episodio, sfiorato e mai raccontato del tutto, sul possibile avvicinamento tra le due realtà cittadine. Campedelli lo cita appena. «Manca uno dei protagonisti (l’allora presidente dell’Hellas Verona Martinelli, nel frattempo scomparso, ndr), non credo sia corretto parlarne. Però c’è in uno studio notarile di Verona un documento che parla chiaro». Hellas e Chievo a un passo dalla fusione. È stata una delle tante situazioni sospese nella storia di questa società, che nel libro affiorano come fantasmi di un calcio che per certi aspetti oggi sembra non esistere più.
Molto più nitida, invece, la vicenda dell’affare Manfredini-Eriberto (poi diventato Luciano) con la Lazio, il nodo che per molti segnò un punto di non ritorno. «Avevamo firmato tutto con Cragnotti: 48 miliardi dell’epoca, le buste per Eriberto, i giocatori pronti al trasferimento. L’unico che doveva contro-garantire quell’acquisto… non lo fece», spiega. «L’affare saltò. Noi, certamente, siamo stati ingenui. Non potevamo immaginare che qualcuno si sarebbe tirato indietro così». Le conseguenze furono gigantesche: la Lega, racconta Campedelli, scelse la via più morbida per i biancocelesti, «un milione di penale», mentre per il Chievo – che al contrario dovette contestualmente pagare Eriberto al Bologna – fu l’inizio di una serie di ripercussioni che ancora oggi bruciano. Fino al capitolo finale, nell’estate del 2021, quando il Chievo venne di fatto “cancellato” per decisioni che ancora oggi si fatica ad accettare. In questo contesto Campedelli individua alcuni interlocutori corretti, da Moratti a Preziosi, passando per Zamparini. Nessun altro. Non certamente molti. «All’epoca del nostro “fallimento” tutti gli altri hanno dato semplicemente una mano a tenerci con la testa sotto l’acqua», dice senza giri di parole. Ma riconosce anche i propri limiti: «Venivamo dal Covid, non ero neanche amministratore della società in quel periodo, perché alle prese con il processo di Forlì. Facevo fatica a spostarmi per andare a parlare con chi avrebbe potuto fare qualcosa per noi».
Il libro scorre come un’autobiografia collettiva, perché accanto a Campedelli ci sono figure che hanno segnato l’identità del Chievo. Una di queste è Rolando Maran, che con la squadra “pandorata” ha occupato prima lo spogliatoio, da giocatore e anche capitano, e poi la panchina. «Con Luca ho avuto un rapporto intimo, vero» ha raccontato l’allenatore. «Lavorare con lui significava poter fare il proprio mestiere al mille per cento. Ti responsabilizzava perché ti faceva sentire parte di qualcosa. Sono cresciuto al Chievo: da ragazzo dei dilettanti a uomo. Ho giocato nove campionati, ho portato la fascia, poi quattro anni di Serie A da allenatore. È stato un pezzo fondamentale della mia vita». Nella sua analisi sulla fine del club, Maran è netto: «Viviamo in un mondo in cui l’aspetto mediatico dà forza. Se non ce l’hai, parti svantaggiato. Il Chievo non aveva una struttura che permettesse di battere i pugni. E quando non hai voce, rischi di pagarla più degli altri».
Nell’accorato racconto affiora anche l’epopea dei derby, terreno di simboli e ferite. L’episodio più evocato è quello con Malesani sotto la curva sud: un gesto rimasto nell’immaginario ma che non toccò Campedelli. «Non l’avevo nemmeno visto. Me l’hanno detto dopo, io ero già negli spogliatoi a rosicare», confessa. «Conoscendo Malesani, era già qualcosa di suo. Lo aveva fatto con la Fiorentina, lo aveva fatto con il Parma: un personaggio che viveva di onde emotive, anche nelle conferenze stampa». Campedelli ricorda il suo modo di prendersela con i giornalisti, specie con quelli più critici sull’intensità degli allenamenti. «Una volta disse che avrebbero dovuto venire a vederli per criticare la squadra. Io gli dicevo: guarda che non hanno tutti i torti: puoi fare gli allenamenti migliori del mondo, ma se poi perdi tutte le partite c’è evidentemente qualcosa che non va e qualche domanda arriva. Ad ogni modo il personaggio era quello, e nel bene o nel male trascinava tutto».
Di fronte all’idea di un possibile ritorno nel calcio, Campedelli è guardingo. «Non chiudo le porte, ma non torno su certe persone», dice senza aggiungere nomi («neanche sotto tortura»). E respinge l’idea che il club rifondato dopo la caduta da Pellissier e Zanin sia una sua continuazione: «È una società diversa. Non è certo il mio Chievo o quello di mio padre».
Nel libro, e anche nelle parole dei coautori Raffaele Tomelleri e Fabiana Della Valle, si allarga lo sguardo sul contributo di Giovanni Sartori, il direttore sportivo artefice del miracolo gialloblù. Tomelleri lo definisce «l’architetto», ricordando come la scelta di investire su di lui e su Malesani fu «una decisione di fiducia assoluta», ripagata dai risultati. «A volte le storie finiscono senza colpe. Se avessero potuto tornare indietro, forse Campedelli e Sartori l’avrebbero fatto. Ma non è sempre possibile», osserva il giornalista. Della Valle mette l’accento sulla sintonia tra i due: «Si era creata un’empatia perfetta, rara nella vita. Un connubio straordinario da tutti i punti di vista. Dietro il Chievo, dietro il suo miracolo, c’era questo». Quando quel legame si è spezzato, aggiunge, «ne hanno risentito tutti».
Chievo, un delitto perfetto è così: un racconto che non cerca alibi, ma traccia un percorso di salite e discese. Come quelle scale, uno dei simboli contestati dalla tifoseria dell’Hellas, a cui Campedelli torna spesso. Perché, al di là delle rivalità cittadine, dei processi, degli errori e dei mancati riconoscimenti, resta l’idea che il Chievo sia stato davvero un’eccezione irripetibile del calcio italiano.

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