Addio a Bagnoli, il mister dello scudetto

Scompare a 91anni l'ex allenatore dell'Hellas

| DI Ernesto Kieffer

Addio a Bagnoli, il mister dello scudetto
Le vittorie, col tempo, cambiano dimensione. Alcune scoloriscono, altre vengono superate dai numeri e dai nuovi record. Poi ce ne sono pochissime che, invece di invecchiare, sembrano crescere. Lo scudetto dell’Hellas Verona del 1985 è una di queste: non solo perché nessun’altra formazione di provincia, dopo di allora, è più riuscita a spezzare il dominio delle grandi squadre, ma per il modo in cui quell’impresa fu costruita. Con pazienza, lavoro e un’idea semplice: il gruppo vale più del talento individuale.
Per questo, alla morte di Osvaldo Bagnoli, scomparso venerdì scorso a 91 anni, Verona non ha salutato soltanto il suo allenatore più vincente. Ha salutato un pezzo della propria storia e della propria identità. Le esequie celebrate martedì 21 luglio nella gremita Basilica di San Zeno, con il lutto cittadino, sono diventate l’abbraccio di un popolo a un uomo che, quarant’anni dopo, continua a essere sentito come uno di famiglia.
Un allenatore che parlava poco e ascoltava molto. Nel calcio contemporaneo l’allenatore è spesso il primo comunicatore della squadra. Bagnoli apparteneva a tutt’altra specie: non inseguiva i riflettori, non costruiva personaggi, non aveva bisogno di slogan. Parlavano il lavoro quotidiano, la coerenza, la capacità di leggere le persone prima ancora dei calciatori. Sapeva quando intervenire e quando fare un passo indietro, quando pretendere e quando proteggere. La sua era una leadership costruita sulla fiducia. Per questo riuscì a ottenere prestazioni straordinarie da giocatori considerati, da altri, “normali”: li convinceva che insieme fossero migliori della somma delle singole qualità.
E alla fine quell’Hellas Verona non fu soltanto una squadra vincente. Fu una comunità: società, allenatore, giocatori e tifosi riuscirono a parlare la stessa lingua in un’epoca in cui il calcio aveva ancora ritmi profondamente umani. Bagnoli fu il punto di equilibrio di quel sistema. Non cercava protagonismo, e proprio per questo diventava il riferimento naturale di tutti. Il suo capolavoro non fu soltanto tattico: seppe creare un ambiente in cui ciascuno si sentiva importante, anche quando non era titolare. Lo racconta bene Mauro Gibellini, attaccante del primo Verona di Bagnoli, quello della stagione 1981-1982 e della promozione in Serie A. Fra i tanti episodi ricordati in questi giorni, quello di Gibellini restituisce la statura umana di Bagnoli. L’attaccante nel corso dell’estate del 1982 stava valutando il trasferimento al Bologna quando il tecnico lo fermò nel corridoio del Bentegodi: gli spiegò che avrebbe dovuto cercare nuovi equilibri tattici, ma gli garantì spazio perché ne apprezzava duttilità e valore. «Era un uomo di parola – racconta oggi Gibellini –. Quando diceva una cosa non la diceva tanto per dirla. Se parlava era perché ci credeva davvero». Una promessa mantenuta, visto che nelle prime giornate di Serie A Gibellini giocò con continuità. Quel dialogo resta per lui uno dei ricordi più preziosi della carriera, insieme al rimpianto di aver lasciato Verona. Poi nelle parole di Gibellini affiora un’immagine che vale quasi più di un trofeo: «Il mercoledì, dopo la doppia seduta, Bagnoli faceva preparare un tagliere con salumi, formaggi e pane. Giocatori, magazzinieri e staff si ritrovavano insieme davanti a un bicchiere di vino. Era il suo modo di costruire una squadra, perché un gruppo può nascere anche attorno a un tavolo».
L’anima segreta di Verona. Diego Alverà, scrittore (autore, fra gli altri, anche di Hellas Verona story. Emozioni gialloblù dal 1903 a oggi), storyteller e speaker radiofonico, allarga lo sguardo oltre il campo. Per lui Bagnoli ha rappresentato molto più di un allenatore vincente. «La città di Verona deve essergli profondamente riconoscente – osserva –. I meriti tecnico-tattici appartengono alla storia del calcio, ma Osvaldo Bagnoli è stato molto di più. È riuscito a interpretare, e forse perfino a incarnare, l’anima più autentica e nascosta della città». Negli anni dello scudetto, continua Alverà, Verona si riconosceva in quella squadra perché si riconosceva prima di tutto nel suo allenatore: sobrio, concreto, poco incline all’autocelebrazione. Il miracolo lo ha compiuto qui, ed è anche per questo che la città continua a sentirlo così vicino. La definizione che gli dedica è particolarmente efficace: Bagnoli, dice, «allenava la testa, il corpo e le relazioni». In un calcio sempre più analitico, lui rimaneva un conoscitore delle persone prima ancora che degli schemi.
Anche lo scrittore e giornalista Adalberto Scemma (che all’epoca dello scudetto fu uno dei “cantori” di quell’impresa) individua nella formazione umana di Bagnoli una delle chiavi della sua grandezza. «Due modelli hanno plasmato il credo di Osvaldo: Liedholm e Schiaffino – afferma –. Dal primo aveva assimilato il senso estetico di un calcio pensato e giocato da fuoriclasse, dal secondo una lezione ancora più profonda: quella della lealtà, del rispetto delle regole, dell’umiltà silenziosa». Un’eredità che Bagnoli fece propria giorno dopo giorno, trasformandola in un modo di vivere e di allenare. A raccontarne il carattere è anche una frase che pronunciò anni fa: «Sono impotente di fronte alla stupidità. L’ingiustizia invece, sotto qualsiasi forma, mi fa scattare la molla dentro. E allora parto a testa bassa e dimentico tutto». Parole che spiegano la sua idea di calcio: il risultato contava, ma non poteva prescindere dalla correttezza, dalla dignità delle persone e dalla fedeltà ai propri principi. È questa coerenza, prima ancora delle vittorie, a rendere ancora vivo il suo insegnamento.
L’abbraccio della città. Anche il sindaco Damiano Tommasi ha voluto affidare alla memoria collettiva parole che vanno oltre il ricordo personale: «Osvaldo Bagnoli è riuscito a dare di più alla città di quello che negli anni la città è riuscita a dare a lui, nonostante il tanto affetto riconosciuto». E ha aggiunto: «Ci sono persone che vengono a mancare, ma che in realtà non muoiono mai. Restano nei ricordi e nel legame che hanno saputo creare con una città». Tommasi ha ricordato anche quando ebbe la possibilità di vederlo giocare: «Lì ho capito qualcosa in più del perché sia diventato un grande allenatore: quella grinta e quella voglia di dare sempre il massimo erano già dentro il suo modo di vivere il calcio. Verona dovrà fare qualcosa di concreto per lasciare un segno nella memoria della città». Un segno non solo celebrativo, ma capace di raccontare ai più giovani perché quell’impresa resta unica: non un ricordo da museo, ma una lezione di misura, appartenenza e fiducia. E già si parla, infatti, di intitolare a Osvaldo Bagnoli lo stadio cittadino, finora dedicato a Marcantonio Bentegodi. Infine, il ricordo torna al 1985, senza fermarsi alla coppa alzata al cielo: «La sua grandezza è stata soprattutto nel far credere a un gruppo che qualcosa di impensabile potesse diventare realtà».
Forse è proprio questa l’eredità più preziosa lasciata da Osvaldo Bagnoli. A distanza di oltre quarant’anni, lo scudetto continua a essere celebrato. L’uomo che lo rese possibile, invece, continua a essere amato. Anche da chi non lo ha vissuto direttamente, ma ne ha ereditato il racconto come parte di un patrimonio comune. E, tra le due cose, è probabilmente la seconda quella destinata a durare più a lungo.

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