Poliestere, acrilico, nylon, poliammide... Quando leggiamo le etichette degli indumenti che indossiamo ogni giorno, dovremmo ricordare che buona parte delle fibre dei tessuti che ci mettiamo addosso sono ricavati dalla raffinazione di idrocarburi come gas e petrolio. Derivato da quest’ultimo è il poliestere già dopo i primi lavaggi inizia a rilasciare microplastiche che finiscono nei mari e, risalendo la catena alimentare, nel cibo.
Non è soltanto questione di salute, visto che quel maglioncino “usa e getta” presto finirà infeltrito e non attraverserà di certo molte stagioni come hanno fatto i capi vintage che abbiamo trovato negli armadi delle nostre mamme o nonne. C’è insomma da considerare l’impatto sull’ambiente in termini di emissioni di CO2 e di inquinamento delle acque, nelle quali si disperdono coloranti e soprattutto materiali plastici. Micro e nano plastiche che teniamo a contatto con la pelle per diverse ore mentre facciamo sport o nel tempo libero.
Conseguenze del fast fashion o dell’ultra fast fashion, letteralmente la “moda veloce” o “ultra veloce”, la pratica di produrre abbigliamento rapidamente, in grande quantità ma al più basso costo possibile a discapito pure dei diritti dei lavoratori: un modello di business adottato da alcune grandi catene di distribuzione, amate dai giovanissimi che possono avere sempre capi di tendenza. Dimenticando però l’utilizzo di tessuti sintetici a prezzi bassi che tendono a sgualcirsi in fretta, con cuciture e rifiniture che non sono sempre attente alla cura del dettaglio, e dai possibili effetti nocivi sul nostro organismo rispetto ai quali rimandiamo qui sotto alla lettura della rubrica “Alla salute!”.
Dalle analisi di laboratorio è emerso che alcuni vestiti possono contenere livelli di sostanze chimiche superiori ai limiti consentiti dalle normative europee: ftalati, impiegati per ammorbidire i tessuti sintetici; addirittura piombo, formaldeide, azocoloranti. È Greenpeace a ricordare che “l’80% di questi capi va dritto in discariche e inceneritori in Europa o spedito nei Paesi a sud del pianeta e meno dell’1% viene riciclato”; che ogni anno “solo nell’Unione Europea gettiamo via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona): una quantità spaventosa di rifiuti tessili che inquinano il nostro pianeta”. Negli ultimi vent’anni, l’Africa è stato il principale continente a ricevere tessuti usati dall’Unione Europea con principali Paesi destinatari il Ghana (nella cui capitale esiste il Kantamanto Market di Accra che si estende su un’area di 20 ettari ed è ritenuto il più grande mercato dell’usato al mondo) e il Kenya.
Cosa fare? Essere prudenti, valutando la provenienza di quello che mettiamo nei cassetti e leggendo le etichette. Acquistare con consapevolezza e privilegiare quanto più possibile tessuti naturali come cotone biologico, lana, lino o seta. Fare ricerche sui marchi, scegliendo quelli più affidabili e magari certificati.