Da nativi digitali a giovani malati digitali, è un attimo. Perché la modernità porta con sé numerosi vantaggi ma insieme nuove problematiche i cui sintomi, che interessano tanto il corpo quanto la mente, si leggono soprattutto nelle nuove generazioni. Dove nasce questo malessere diffuso? È una fotografia dai tanti dettagli quella che il dottor Mauro Cinquetti scatta dal suo osservatorio quotidiano di pediatra, gastroenterologo e neuropsichiatra infantile: tra i vari ruoli, è infatti primario di Pediatria e Patologia neonatale all’ospedale Fracastoro di San Bonifacio e direttore del Dipartimento materno infantile provinciale dell’Ulss 9 Scaligera.
Mauro Cinquetti
Organismi digitali. «Innovativi e insieme stravolgenti», afferma, sono gli strumenti digitali: «Non soltanto un elemento di relazione, ma con gli individui giovani diventano quasi una parte integrante degli organismi dei soggetti in evoluzione». Con una compenetrazione nella struttura psicofisica che non si è mai verificata in precedenza ed è un volano per tutta una serie di altri comportamenti e reazioni da parte dei giovani.
Doverosa per lo specialista è una premessa: «Nessuna innovazione ha determinato nella storia dell’umanità dei cambiamenti strutturali in un tempo così breve all’interno degli organismi, tant’è che nel giro di una generazione già si vedono le variazioni nella struttura fisica e l’insorgenza di alterazioni psicofisiche anche di tipo di patologico». Mutamenti nel corpo e nella mente, fermo restando «che non si può distinguere la componente corporea fisica da quella psicologica psico-emotiva, perché l’individuo è e rimane un unicum, un unico, o se vogliamo dirla alla greca un olos».
Mente e intestino. Mente e corpo, dunque. Ma pure mente e intestino. Il dottor Cinquetti – conosciuto da chi frequenta i social come “il Dok” per le pillole che somministra nel web – ha indagato in particolare questo ultimo aspetto nel libro Il tubo parlante (Red Edizioni), sottolineando come esiste un collegamento tra l’intestino e il cervello. Un’autostrada per «l’ampiezza di questi flussi che passano attraverso i nervi, quindi la componente nervosa con segnali elettrici, e varie sostanze che nel sangue vengono scambiate tra la testa e la pancia e viceversa. Con l’aggiunta di una terza componente che numericamente è la maggiore, cioè la presenza del microbiota, cioè di quei miliardi di batteri che abitano il nostro intestino e che sono filogeneticamente il primo elemento di relazione del nostro corpo con un’altra entità biologica».
Alla luce di questi aspetti, si possono elencare alcune situazioni più diffusi nell’ultima generazione: «Parlando di alterazioni, i danni fisici più frequenti sono la miopia, l’obesità, i disturbi della muscolatura del sistema muscolo-scheletrico e a livello dell’apparato digerente. Accanto possiamo affiancare alterazioni di tipo psicologico: aumento della depressione, dell’aggressività, dell’insoddisfazione. Una riduzione della capacità empatica e l’aumento della dipendenza, in particolare da strumenti digitali, che sta sopravanzando rispetto alle altre dipendenze storiche, che sono quelle da sostanze stupefacenti o alcolici». Poi c’è l’isolamento: «L’illusione di essere commessi con tutti fa sì che nell’essenza non si sia in relazione con nessuno».
Riempire i vuoti. Un quadro molto complesso, riassume, «nel quale però paradossalmente la vera risorsa si trova nell’essenza dell’umanità, significa dire che vanno valorizzate le nostre capacità relazionali. Sia nei confronti di se stessi, dando valore correttamente il proprio corpo inteso come unicum con corretti stili di vita, sia nei confronti degli altri, riscoprendo il valore empatico che lo strumento digitale mistifica e ci fa perdere».
Qui entra in gioco il ruolo degli educatori e dei genitori: presenze fondamentali, «la cui assenza viene immediatamente e inevitabilmente sostituita da altro che non è umano né ha modalità relazionali umane. Quindi bisogna educare alla vera relazione umana». Assicurare una presenza empatica e attiva. Indicazioni semplici, che però cambiano per un ragazzo la possibilità di crescere in maniera sana e serena per se stesso, affrontando soddisfazioni e sconfitte della vita.
«Non ci sono trucchi, ma è necessario essere presenti con un certo tipo di atteggiamento disponibile, costruttivo ed esemplare. Non è questione di mettersi di traverso e impedire una rivoluzione inevitabile ma di dare valore a ciò che ha valore». Lavoro faticoso da mettere in atto, che richiede costanza e impegno. «Una domanda nuova da porre – conclude – non è solo chiedere cosa fanno i ragazzi nella vita offline, ma domandare che cosa fanno nella vita on line: oltre a cosa hai mangiato o cosa fatto a scuola, nessuno ha insegnato a chiedere ai figli su quali siti sono andati, cosa hanno trovato di interessante e cosa invece li ha disturbati, con chi stanno chattando». Quesiti nuovi da iniziare a porre, a seconda dell’età, da condividere e da commentare in una forma di “cura” più efficace di certi farmaci.
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