A metà strada tra Torri del Benaco e Malcesine, percorrendo la sponda veronese del lago, si passa davanti al cimitero di Castelletto di Brenzone sul Garda. La località è nota per aver dato in natali a santa Maria Domenica Mantovani (1862-1934), canonizzata il 15 maggio 2022 da papa Francesco: fu fondatrice, insieme al beato Giuseppe Nascimbeni (1851-1922), dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, che ancora oggi qui ha radici profonde.
Entrambi, dopo la morte, furono sepolti in questo cimitero: le spoglie di mons. Nascimbeni vennero però traslate il 14 ottobre 1923 nella casa madre della Congregazione; la santa, invece, riposò nel camposanto di Castelletto fino al 29 settembre 1953, quando fu spostata – il corpo e le vesti ancora intatte, riportano le cronache del tempo – nella cappella cimiteriale dell’Istituto.
Il legame fra Castelletto e le “sue” suore è molto forte. Lo si riscontra anche al cimitero, una volta varcato uno dei cancelli che separano le sepolture dal lago, che si trova a pochi passi.
Al centro del camposanto, a sinistra della croce con l’iscrizione “Resurrecturis”, c’è infatti una grande lapide in pietra che ricorda le sepolture più antiche di queste consacrate. Protetta da una bella cornice in ferro, riporta questa scritta: “Nel bacio del Signore, in questa modesta tomba dormono le Piccole Suore della Sacra Famiglia. Sprezzarono la vita mondana per seguire le orme di Cristo. Presso Dio è la loro mercede”. In una parte riservata del cimitero, a nord, si scorgono le bianche sepolture che accolgono le suore salite al Cielo; le lapidi sono decine e decine, tutte con la stessa semplice fattezza, segno di umiltà. C’è poi una cappellina centrale in cui riposano le prime suore dell’Istituto e le madri generali; tra sepolture e ossario, sono più di 2.300.
Oltre a questa significativa presenza, il cimitero di Castelletto è inconfondibile perché al suo interno conserva l’oratorio di San Zeno (noto come San Zen de l’Oselet), di epoca romanica. Sorge su un sito romano: nel 1962, gli scavi per la costruzione di una cappella funebre dietro l’abside portarono alla luce la pavimentazione di una villa romana; ora le tracce del passato sono protette da una tettoia.
L’unica lapide affissa sulla facciata della chiesetta, sotto la raffigurazione di san Cristoforo, è intestata ad Antonio Vernesoni, “sposo e padre amoroso, uomo di retto sentire”, morto il 25 dicembre 1891 a 77 anni. È particolare, perché la seconda metà della lapide è incisa in corsivo, carattere inusuale per gli epitaffi: ricorda la sposa Maria, “spirata in braccio a Dio” nel 1980, a 67 anni; un omaggio che le fecero “i figli riconoscenti”.
Di fronte alla chiesetta cimiteriale, murate sulla cinta che dà sul lago, ci sono sette lapidi. Una, scritta in latino, ricorda Giovanni Battista Brighenti, “sacerdote piissimo, morto dopo una malattia durata quattro anni, il 4 febbraio anno 1812, all’età di 23 anni: le sue ossa furono sepolte prima nei pressi della parrocchia e poi qui trasferite nell’anno 1873”. Ai suoi piedi c’è il “caro angioletto Brighenti Attilio”, morto ad appena 8 mesi nel 1921. È ingentilita con dei fiori di pietra la vicina lapide di Giuseppe Gaioni, spirato nel 1903 a 77 anni e descritto con due righe di elogi: “uomo leale, schietto, buono, integerismo, benevico (sic) a tutti”.
Accanto, c’è la commemorazione che Antonio Boccola volle fare ai genitori Francesco e Angela, morti nel 1862 e 1879: è curiosa, perché riporta anche le date di nascita dei defunti, di solito omesse per questioni di spazio, come vediamo nella vicina lapide ottocentesca dei coniugi Donato Modena e Susanna Giunta.
Come in ogni piccolo cimitero incontrato finora, troviamo poi delle giovanissime anime “rapite dal morbo crudele”: come la non ancora quattordicenne Antonia Foresti (deceduta nel 1903) o Angelina Battistoni, “giovanetta ingenua affettuosa”, che “dopo fiero e doloroso morbo non ancor sedicenne volava in seno a Dio”, nel 1879.
Ce ne sono altre, ottocentesche, a sinistra dell’oratorio. Lupicino Brighente, “bambino sveglio vezzoso, amabile”: “dei tuoi letizia e tesoro, perché di soli tre anni te ne andasti al Cielo?”, si chiedono i genitori. Era un “grazioso giovanetto ottenne” anche Umberto Modena, “di indole simpatica, intelligenza precoce, caro a tutti”, volato a Dio nel febbraio del 1880, “lasciando in pianto i genitori Donato e Carlotta”. Aveva solo 20 anni Lia Brighenti, “fiore di bontà e di purezza, rapita ai suoi cari nella primavera della vita il 9 settembre 1921”.
Molto rovinate e quasi illeggibili sono invece le sei lapidi sul muro a sud, fra cui una croce scritta in latino. Troviamo un altro bimbo in fasce, di cui rimane solo la foto; c’è un padre di famiglia, ricordato dalla moglie Domenica Consolini, sepolta accanto, che godette invece di una lunga vecchiaia: “Morì qual visse santamente il dì 26 dicembre dell’anno 1885 novantesimo di sua età”. E, ancora, ci imbattiamo in una “fedele madre affettuosa rapita d’anni 29”, Angela Zamboni, e nei coniugi Francesca Maria Tomasini (morta nel 1903) e Giovanni Battista Veronesi (nel 1923). Infine, girando tra i vialetti, si scoprono anche delle tombe “nascoste”, come quella di Arturo Nascimbeni e Francesca Aloisi, coperti da una nuova lapide, posata ad appena una spanna di distanza dalla loro. Fuori, il lago fa sentire lo sciabordio delle sue acque e richiama l’attenzione: da qui la vista è un anticipo di Paradiso.